15 giugno 2016

Eli, Eli, lemà sabàctany. Perchè il sacrificio della croce

Vi propongo una riflessione che va al centro di tutto la nostra Fede:
Il motivo del sacrificio di Gesù sulla croce.

Proposta da Cesaremaria Glori e pubblicata su Riscossa Cristiana.


Quella frase di Gesù va intesa nel suo preciso significato letterale e nel contesto storico e culturale della Giudea in quel determinato tempo. Come ha ben spiegato Mons. Antonio Livi in una sua precisa ed esauriente recente relazione, era costume ebraico citare il primo versetto di un salmo o di un brano della Sacra Scrittura per richiamare l’intero brano oppure il  significato in esso contenuto o l’intero contesto. Questo aspetto fu, ad esempio, ben messo in evidenza da Mel Gibson nel suo Film “La Passione” ponendo in bocca allo scriba Sadok l’osservazione ri
volta a coloro che avevano commentato la frase di Gesù : “Ecco, chiama Elia”.
Sadok, corresse, dicendo: No! Sta citando il salmo (22).
Quella citazione non era perciò un disperato o affranto lamento di Gesù e, tanto meno, una sconsolata e impotente invocazione del Figlio rivolta al Padre.
Quella citazione di Gesù era rivolta ai Suoi crocifissori e, a futura memoria, per ogni altra persona per far capire che quel che stava accadendo corrispondeva in pieno a ciò che era stato predetto dal profeta.
  Analizziamo questa frase che in aramaico suona: Eli, Eli, lemà sabàctany.
 La traduzione greca di queste quattro parole è la seguente: θέε  μου θέε μου ινατί με εγκατέλιπες che in italiano si dovrebbe tradurre con significato finalistico Dio mio, Dio mio, a questo fine mi hai abbandonato.
 La vulgata latina di S. Girolamo traduce molto bene

Deus meus Deus meus ut quid derelequisti me che ha lo stesso valore finalistico e non causale della traduzione greca. Quell’ “ut quid”, soprattutto, rivela in modo preciso il suo valore finalistico e non causale.
 Quella frase aramaica va quindi interpretata non in senso causale e, quindi non con significato interrogativo, bensì con significato affermativo.
Il che significa che Gesù, in quel momento, volle affermare e, contemporaneamente, chiederne conferma al Padre che si stava avverando l’evento della redenzione, cioè che Lui stava portando a compimento lo scopo della Sua missione.

Egli compiva quel sacrificio espiatorio che Yhwh aveva impedito ad Abramo di compiere su Isacco. Gesù in quel momento era la vittima predestinata dall’Altissimo per redimere la colpa del capostipite che mai aveva chiesto perdono del suo atto.
Atto che crocifiggeva l’intera umanità ad una esistenza con una natura irrimediabilmente guastata divenuta preda della concupiscenza animalesca.
Concupiscenza che condizionava l’intelletto e indirizzava la ragione verso la parte meno significativa della natura umana.
Gesù, oltre che vittima, era in quel momento anche sacerdote. Sacerdote che immola se stesso abbandonandosi nelle mani di coloro che lo volevano  morto e morto, per di più, con un supplizio infamante che ne rovinasse irrimediabilmente l’immagine che di Lui si erano fatta i suoi numerosi sostenitori e i discepoli.



Davide, nel salmo 22, implorava da Dio di chiarirgli il perché di tanta sofferenza nell’uomo ed ora, lì sul Golgota, l’Uomo-Dio dava la risposta, non all’uomo Davide soltanto ma a tutta l’Umanità, che quella sofferenza particolare dell’Uomo Dio, del Messia, riscattava l’Umanità intera dal suo misero destino di una eternità terrificante.

Non si pensi che questa interpretazione sia forzata, illogica e non collimante con il contesto del brano in cui l’intera frase aramaica è contenuta. Questa spiegazione è invece avvalorata dalle successive parole pronunciate da Gesù.
Sia il τετέλεσται greco che il consummatum est della vulgata latina significano letteralmente missione compiuta.
La traduzione italiana adottata dalla CEI con “Tutto è compiuto” risponde fedelmente sia al testo greco che a quello latino.
In tal modo i quattro evangelisti, ciascuno per la sua parte, trasmettono con esattezza quanto Gesù pronunciò sulla croce e che si rivela mirabilmente coerente, come se per comprendere con precisione quanto Egli disse occorra la partecipazione corale di più persone.

Gesù, pur nella atroce sofferenza in cui era immerso, non perse mai la sua lucidità sino all’ultimo istante. Aveva iniziato la sua marcia verso Gerusalemme rimproverando Pietro che lo voleva trattenere. I Vangeli ci narrano che irrigidì la sua fisionomia e iniziò con decisione il suo cammino verso la città santa senza alcuna esitazione.
Come Dio Gesù sapeva quel che lo attendeva e come uomo ne ebbe paura. Paura che scacciò invocando il Padre, quel Padre cui, all’ultimo istante,  si rivolge affidandoGli il Suo spirito e prendendo commiato dal mondo: Padre nelle tue mani affido il mio spirito. Quali saranno le parole che Gesù pronuncerà al Suo ritorno? Tutto dipenderà da come il mondo gli si presenterà in quel momento.

In quel venerdì dell’anno trenta dell’era cristiana, negli ultimi istanti della Sua vita terrena, il Redentore affermò inequivocabilmente che la Sua missione era compiuta e il peccato originale eliminato come colpa ma non come conseguenza nella natura umana.
L’umanità era salva e gli esseri umani avrebbero continuato a soffrire e a morire come era avvenuto per il Cristo ma sarebbero risorti come Lui alla fine dei tempi.

Gesù compiva la redenzione adottando l’umanità a Dio per poi trasformare quell’adozione in Figli legittimi e non più adottivi alla fine dei tempi.  Questa interpretazione trova corrispondenza con quanto contenuto con mirabile efficacia nel prefazio pasquale che così recita: Qui mortem nostram moriendo destruxit et vitam moriendo reparavit. La frase latina è così icasticamente efficace che non abbisogna di traduzione che ne mortificherebbe la bellezza.

La nostra natura umana guastata dal capostipite troverà la sostituzione all’ultimo giorno grazie al sacrificio dell’Uomo Dio che si è assunto tutto il peccato del mondo eliminando quella colpa che guastò irreparabilmente la nostra natura. Natura che Dio sostituirà ridandole la purezza originaria del progetto Uomo, quella purezza  che il gran peccato aveva guastato e corrotto irrimediabilmente.

5 maggio 2016

IL MOTIVO DELL’INCARNAZIONE E LA NOSTRA VITA SPIRITUALE

IL MOTIVO DELL’INCARNAZIONE E LA NOSTRA VITA SPIRITUALE

Nel giorno dell'Ascensione di Gesù al Padre, un'interessante studio sui motivi che hanno fatto "discendere" il Verbo per incarnarsi. La teologia medievale si era posta questo studio ne la scuola di S. Tommaso D'Aquino (domenicani) e la scuola del beato Duns Scoto (francescani).
Ricordo che il teologo francescano fu fondamentale per Pio IX quando dovrà proclamare il dogma di Maria concepita senza peccato originale.

Personalmente amo molto l'ipotesi del teologo francescano Duns Scoto, ma sentiamo don Curzio (che tende più al tomismo) e le sue conclusioni sulla nostra vita spirituale.


di Don Curzio Nitoglia  tratto da 
https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2015/12/04/motivo-incarnazione/ 

La tesi tomista e quella scotista  

La convenienza dell’Incarnazione  


Innanzi tutto occorre precisare che l’Incarnazione non è assolutamente necessaria, perché Dio avrebbe potuto riparare le rovine del peccato di Adamo in maniera diversa.

Tuttavia ipoteticamente, ossia supposta la riparazione secondo le norme della giustizia, nessuna creatura – neppure un angelo – poteva riparare l’offesa infinita del peccato perpetuata contro Dio che è infinito.
Quindi Dio ha voluto incarnarsi, dandosi il più possibile all’uomo ferito dal peccato originale e soffrire come uomo, dando alla sua sofferenza un valore infinito in quanto Dio.
San Tommaso insegna che “Il bene tende a diffondersi, a comunicarsi e quanto è più alto l’ordine cui appartiene tanto più abbondantemente e intimamente si comunica” (S. Th., III, q. 1, a. 1).
Ora Dio è il sommo Bene infinito. Quindi è conveniente che in potenza Egli tenda a comunicarsi.
Ma, mentre nell’agente determinato o non libero la diffusione o la comunicazione attuale del bene è necessaria (per esempio il sole necessariamente illumina e scalda), nell’agente libero (Dio, l’angelo e l’uomo) la tendenza passa all’atto liberamente e non necessariamente.
 Perciò si reputa conveniente che Dio si sia comunicato liberamente in persona Filii ad una natura creata (la natura umana di Cristo) e ciò è avvenuto nell’Incarnazione del Verbo in cui il Figlio si è unito personalmente ad una natura umana.
Ciò non significa dimostrare la possibilità dell’Incarnazione poiché la sola ragione non può dimostrare né l’esistenza né la possibilità di un mistero soprannaturale, che sorpassa le forze di ogni natura creata, come dice la parola “sopra-naturale” ossia superiore alla natura.
Tuttavia la bontà e la tendenza di Dio a comunicarsi sono un motivo di convenienza o di non-impossibilità dell’Incarnazione e su questo punto non ci sono notevoli divergenze tra i teologi.

 Il fine dell’Incarnazione  

Il magistero professa solennemente che il Verbo “è sceso dal cielo e si è incarnato per noi uomini e per la nostra salute” (Credo niceno, DS 150). La S. Scrittura rivela che il Figlio è venuto nel mondo per salvare gli uomini. Già nell’Antico Testamento si legge che “il Signore verrà e vi salverà” (Is., XXXV, 4).
Nel Nuovo Testamento viene dato un nome al Verbo incarnato: Gesù che significa Salvatore, il quale indica il suo fine di Redentore: “Tu gli porrai nome Gesù, poiché è Lui che salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt., I, 21).
Inoltre l’angelo annunciò ai pastori di Betlemme la nascita di Gesù con queste parole: “Oggi è nato a voi nella città di Davide il Salvatore” (Lc., II, 11).
Simeone
ringrazia Dio per aver potuto vedere il Salvatore di tutti i popoli (Lc., II, 30).
San Paolo compendia l’opera di Cristo così: “Gesù Cristo venne al mondo per salvare i peccatori” (I Tim., I, 15); similmente il quarto Vangelo: “Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo affinché il mondo sia salvato per opera di Lui” (Gv., III, 17).
 La salvezza dell’uomo è rivelata come subordinata alla Gloria di Dio. 
Infatti Gesù stesso confessa al Padre: “Ti ho dato gloria su questa terra, compiendo l’opera (della Redenzione) che Tu Mi hai dato da compiere” (Gv., XVII, 4). Mai, in nessun luogo della S. Scrittura si dice che l’Incarnazione sarebbe avvenuta anche senza il peccato originale.

 Controversia sul motivo dell’Incarnazione  

Secondo la scuola tomista il motivo dell’Incarnazione del Verbo è la Redenzione. Quindi, nella presente economia della salvezza, se Adamo non avesse peccato il Verbo non si sarebbe incarnato. Invece per la scuola scotista il motivo dell’Incarnazione è la glorificazione di Dio. Quindi il Verbo si sarebbe incarnato anche se Adamo non avesse peccato. Tuttavia avrebbe assunto un corpo impassibile poiché non ci sarebbe stata la necessità della Redenzione dell’uomo, ma solo la glorificazione di Dio.  Secondo l’Angelico (S. Th., III, q. 1, a. 3), nel presente disegno della Provvidenza o in questo piano dell’economia della Salvezza, se Adamo non avesse peccato, il Verbo non si sarebbe incarnato, ma dopo il peccato originale il Verbo si è incarnato per offrire a Dio una soddisfazione adeguata al nostro riscatto.
La ragione teologica per cui san Tommaso insegna questa dottrina è che ciò che dipende dalla volontà di Dio e supera completamente la natura creata lo si può conoscere solo tramite la divina Rivelazione (contenuta nella Tradizione e nella S. Scrittura).
Ora nella Rivelazione la ragione dell’Incarnazione è desunta dal peccato originale. Quindi è più conveniente dire che se Adamo non avesse peccato il Verbo non si sarebbe incarnato, ma che dopo il peccato originale Egli si è incarnato per offrire a Dio una soddisfazione adeguata per salvarci.
La S. Scrittura, come abbiamo visto sopra, insegna ciò.

Nel Vangelo di S. Luca (XIX, 10) si legge: “Il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perso”.
 Lo stesso si legge in Mt., XVIII, 11; 1a Tim., I, 15; Gv., III, 17.
 La Tradizione è concorde su questo motivo.
Infatti S. Agostino (Sermo 174, n. 2; 175, n. 1) scrive: “Si homo non periisset, Filius hominis non venisset / se l’uomo non si fosse perduto il Figlio dell’uomo non sarebbe venuto”.
La stessa dottrina è insegnata da S. Ireneo (Adv. haereses, V, 15, n. 1) e da S. Giovanni Crisostomo (In Epist. ad Hebr., Omelia 5, n. 1 ), da S. Ambrogio (De Incarnatione dominicae sacramento, I, 6, 56), da S. Leone Magno (Enarrat. in Psalm. CXIX, 2; Sermo LXXVII de Pentecoste, III, 2), da S. Gregorio Nazianzeno (Oratio trigesima sexta, 6; Oratio trigesima octava, 5) e da S. Atanasio (Adversus Arianos, Oratio secunda, 56).

 Duns Scoto (Reportata parisiensia, III, 7, 4, n. 5) invece sostiene che se Adamo non avesse peccato, nel piano attuale della Provvidenza, il Verbo si sarebbe incarnato egualmente per manifestare la bontà divina, ma non avrebbe assunto una natura soggetta al dolore e alla morte. Tuttavia è sorprendente che in nessun passo della S. Scrittura si faccia parola della venuta di Cristo, prevista ab initio, in carne impassibili.  Certamente San Paolo rivela che l’intera creazione è ordinata a Cristo come fine (Col., I, 15-19). Tuttavia il versetti 15-17, di cui Scoto si serve come fondamento per la sua tesi, prescindono completamente dall’Incarnazione e parlano soltanto di Cristo in quanto Dio come Creatore di tutte le cose, fine della creazione e conservatore del mondo.
I tomisti (specialmente Capreolo e Tommaso de Vio) rispondono a Scoto che il fine ultimo dell’Incarnazione è la manifestazione della bontà divina tramite la Redenzione, che son due fini subordinati (l’Incarnazione alla Redenzione).
Quindi l’obiezione scotista secondo la quale il fine è superiore al mezzo (concedo) e pertanto l’Incarnazione non può essere finalizzata alla Redenzione o alla salvezza dei peccatori, non sta in piedi in quanto la Redenzione è il fine prossimo e non ultimo dell’Incarnazione.

Il Credo di Nicea insegna che il Verbo si è incarnato “propter nos homines et propter nostram salutem descendit de coelis / per noi uomini e per la nostra salvezza”.
I Padri ecclesiastici (S. Ireneo, S. Giovanni Crisostomo, S. Agostino) hanno commentato il Credo in questo senso: “si homo non peccasset, Filius hominis non venisset / se l’uomo non avesse peccato il Verbo non sarebbe venuto su questa terra”.  Scoto sostiene che il Verbo sarebbe venuto egualmente (anche se l’uomo non avesse peccato), ma non in una natura passibile (“venisset, sed non in carne passibili”).
Se così fosse l’insegnamento comune dei Padri latini e greci, sicut litterae sonant, sarebbe erroneo (ma ciò non è possibile, infatti il consenso moralmente unanime dei Padri su questioni di fede è segno di dottrina infallibilmente certa).
In breve Dio ha permesso il peccato di Adamo per un bene superiore che è l’Incarnazione redentrice subordinata alla manifestazione della bontà divina, che da ogni male trae un bene superiore.
S. Tommaso lo insegna chiaramente: “Dio permette che avvengano i mali per tirarne un bene maggiore” (S. Th., I, q. 19, a. 3, ad 3). Capreolo lo conferma (In IIIum Sent., dist. I, q. 1, a. 3) e pure il Gaetano (In Iam, q. 22, a. 2, n. 7). La S. Scrittura lo rivela: “ove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rom., V, 20) e la Liturgia, nell’Exultet della Viglia pasquale, lo canta: “O felix culpa, quae talem ac tantum habere meruit Redemptorem ”.
Ora agli scotisti, i quali ritengono sconveniente il fatto che il peccato, odiato da Dio, sia l’occasione per l’Incarnazione che è la manifestazione più stupenda di Dio, i tomisti rispondono citando proprio l’Exultet della Viglia di Pasqua, che ci dà una prova ancora più grande dell’amore misericordioso di Dio, il quale vuol salvare anche ciò che sarebbe degno di perdizione.
Quindi è chiaro che il motivo dell’Incarnazione del Verbo è un motivo di misericordia, con cui si manifestano anche la bontà e la onnipotenza divina, come insegna la Liturgia: “Deus qui maxime parcendo et miserando omnipotentiam tuam manifestas” per cui l’ultimo fine dell’universo è la manifestazione della bontà di Dio. 
 L’ordine delle cose voluto da Dio, secondo l’Angelico, è il seguente:

  1. l’universo intero con tutte le sue parti;
  2. le sue parti fra loro coordinate: la natura, la grazia (col permettere il peccato di Adamo e la perdita della grazia) e l’Incarnazione del Figlio;
  3. la Redenzione come il fine dell’Incarnazione. 

Quindi noi uomini siamo subordinati a Cristo e Cristo come Verbo Incarnato a Dio (cfr. I Cor., III, 23). È evidente che Cristo è superiore all'umanità in quanto causa della sua Redenzione e salvezza, causa esemplare o modello di ogni santità e fine cui l’umanità è subordinata.
Perciò Dio ama Cristo più di tutto il genere umano, di tutti gli angeli e di tutto l’universo creato perché Cristo è vero Dio e quindi infinitamente superiore al creato (cfr. S. Th., I, q. 20, a. 4, ad 1).
Il fatto, poi, che la SS. Trinità ha permesso l’Incarnazione del Verbo per la salvezza dell’uomo non solo non ha diminuito per nulla la sua dignità infinita di Persona divina, anzi proprio per questo il Verbo è divenuto il Vincitore glorioso. Questa eccellenza e questa gloria vincitrice del Verbo Incarnato non si oppongono per nulla al fatto che il Figlio si è incarnato, come insegna la Rivelazione e il Magistero, per la nostra salvezza: Qui (Verbum) propter nos homines et propter nostram salutem descendit de coelis et incarnatus est.

L’Incarnazione redentrice e la nostra vita spirituale  

Per quanto riguarda la nostra vita spirituale possiamo concludere che  

  1. il motivo dell’Incarnazione fu la Misericordia; 
  2. il Verbo incarnandosi non si è subordinato all'uomo, ma ha ristabilito l’ordine primitivo elevando di nuovo l’uomo all'ordine soprannaturale che aveva perso col peccato di Adamo; 
  3. Gesù, nella sua vita intima, è innanzi tutto Salvatore (sacerdote che offre come vittima a Dio Se stesso sulla croce e nella messa). 


Per farci santi dobbiamo imitare Gesù Cristo. Ora, in questo piano di salvezza in cui ci troviamo, Egli non è principalmente e essenzialmente (come vorrebbe Scoto) Re dei re, dottore supremo, capo del regno di Dio sulla terra. Quindi il motivo dell’Incarnazione fu la Misericordia redentrice per rialzare l’umanità decaduta dalla sua miseria. Perciò Gesù è principalmente Salvatore, sacerdote e vittima più che Re di gloria e corona del creato, e questo è il tratto più importante della sua fisionomia spirituale.  Dio ha previsto e decretato ogni cosa ab initio e se ha permesso il male del peccato adamitico lo ha fatto solo perché ne avrebbe tratto un bene maggiore: l’Incarnazione del Verbo, la Redenzione dell’umanità subordinata alla Gloria di Dio.
Il decreto o il piano divino sul mondo o l’attuale piano divino era esteso sin dal primo momento a tutto ciò che doveva accadere, in modo positivo al bene e in modo permissivo al male: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare ciò che era perduto” (Lc., XIX, 10).  È molto consolante per noi pensare che non solo i grandi dottori, i re, i capi, ma anche i più grandi peccatori pentiti che invocano il Salvatore possono trovare la salvezza attraverso la via che il Verbo ha seguìto: la via regale della santa croce.  In tal modo Dio non si è subordinato e sottomesso in un certo qual modo all'uomo, ma Egli rimane, nonostante si sia incarnato, infinitamente superiore a tutto il creato e alla salvezza di tutti gli uomini.
L’Incarnazione è più preziosa della nostra Redenzione. Per di più Egli si è chinato sino a noi per innalzarci sino a Lui e questa è la proprietà della Misericordia: che il superiore si chini verso l’inferiore, non per subordinarsi a lui, ma per innalzarlo a Sé.
L’Incarnazione è la più alta manifestazione della Potenza di Dio e della sua Bontà.
L’Incarnazione canta la gloria di Dio più di tutto il firmamento.
Tutta la vita del Verbo Incarnato è ordinata alla sua morte in croce che piace a Dio più di quanto non gli dispiacciano tutti i peccati del mondo (cfr. S. Th., I, q. 20. a. 4, ad 1).


Da tutto ciò per noi ne segue che, nell'attuale economia della salvezza o nel piano presente della divina Provvidenza redentrice, non è secondario e accidentale portare la nostra croce appresso a Gesù (sacerdote e vittima), ma è l’elemento essenziale e principale della vita cristiana: “Chi vuol venire dietro a Me prenda ogni giorno la sua croce e Mi segua” (Lc., IX, 23).  Per essere santo e anche un grande santo non è necessario essere dottore, né apostolo o “uomo d’azione”; basta essere simili a Gesù crocifisso, come lo fu San Dismas: il buon Ladrone canonizzato da Gesù stesso: “In verità ti dico oggi stesso sarai con Me in Paradiso” (Lc., XXIII, 43). Certamente il prete per il suo ufficio deve innanzi tutto insegnare la dottrina ai fedeli, poi può santificarli dando loro i Sacramenti ed infine li conduce al Cielo facendo loro osservare le Leggi di Dio e della Chiesa, ma per esser un santo prete, personalmente, deve portare la croce ed essere come Gesù “sacerdote e vittima”.

 Ecco perché nessuna idea o movimento cristiano potrà imporsi e portar frutti se non dopo aver superato molte prove: “Se il chicco di frumento, gettato a terra, non muore, rimane com'è, ma se muore porta frutto buono e abbondante ” (Gv., XII, 24).
 “La necessità della croce è proporzionata al grado di gloria al quale Dio vuol condurci. Alcune anime che chiamiamo a torto, con un senso di compassione, ‘tormentate’, vivono in mezzo a sofferenze quasi continue perché Gesù vuole condurle molto più in alto di altre anime non tormentate e facilmente contente. Più Dio ci ama più le croci che ci manda sono pesanti ” (R. Garrigou-Lagrange, Vita spirituale, Roma, Città Nuova, 1965, p. 172, postumo).  ~

26 aprile 2016

Famiglia Francescana in festa 1 maggio 2016

Torna come ogni anno la Festa della Famiglia Francescana d'Abruzzo (OfS, Gifra, Aralini). 


Quest'anno c'incontreremo a Casalbordino, il tema della giornata sarà " .. in cammino per ... ", questo è il programma che abbiamo pensato per vivere insieme questo momento di riflessione e festa:

Ore 09:00 Accoglienza presso l'Auditorium (Via Martiri dell'11 Settembre)
Ore 10:00 Preghiera iniziale, a seguire riflessione sul tema dell’anno giubilare della Misericordia, la riflessione sarà guidata da P. Giulio Cesareo
Ore 11:30 Inizio Pellegrinaggio dall’Auditorium di Casalbordino al Santuario Madonna dei Miracoli - Passaggio della Porta Santa
Ore 13:45 Pranzo al sacco
Ore 14:30 Tempo di fraternità e spazio Penitenziale
Ore 15:45 S.S. Messa.

Contributo spese per la giornata 5€
Vi aspettiamo numerosi
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24 marzo 2016

il significato del TAU

Il significato del TAU

Il Tau è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico.



Esso venne adoperato con valore simbolico sin dall’Antico Testamento; se ne parla già nel libro di Ezechiele: “Il Signore disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un Tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono..(Ez.9,4).
Esso è il segno che posto sulla fronte dei poveri di Israele,li salva dallo sterminio.Con questo stesso senso se ne parla anche nell'Apocalisse: “Poi vidi un altro angelo che saliva da oriente e portava il sigillo del Dio vivente, e gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era ordinato di danneggiare la terra e il mare dicendo: non danneggiate né la terra, né il mare, né piante finché non abbiamo segnato sulle loro fronti i servi del nostro Dio”(Ap7,2-3).

Il Tau è perciò segno di redenzione. E’ segno esteriore di quella novità di vita cristiana, più interiormente segnata dal Sigillo dello Spirito Santo, dato a noi in dono il giorno del Battesimo (Ef.1,13).
Il Tau fu adottato prestissimo dai cristiani. Tale segno si trova già nelle catacombe a Roma. I primi cristiani adottarono il Tau per un duplice motivo. Esso, come ultima lettera dell’alfabeto ebraico, era una profezia dell’ultimo giorno ed aveva la stessa funzione della lettera greca Omega, come appare dall’Apocalisse: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente dal fonte dell’acqua della vita... Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine” (Ap.21,6; 22,13).
Ma soprattutto i cristiani adottarono il Tau, perché la sua forma ricordava ad essi la croce, sulla quale Cristo si immolò per la salvezza del mondo.


San Francesco d’Assisi,

per questi stessi motivi, faceva riferimento di tutto al Cristo, all’Ultimo: per la somiglianza che il Tau ha con la croce, ebbe carissimo questo segno, tanto che esso occupò un posto rilevante nella sua vita come pure nei gesti. In lui il vecchio segno profetico si attualizza, si ricolora, riacquista la sua forza salvatrice ed esprime la beatitudine della povertà, elemento sostanziale della forma di vita francescana.
Era un amore che scaturiva da una appassionata venerazione per la santa croce, per l’umiltà del Cristo, oggetto continuo delle meditazioni di Francesco e per la missione del Cristo che attraverso la croce ha dato a tutti gli uomini il segno e l’espressione più grande del suo amore. IlTau era inoltre per il Santo il segno concreto della sicura salvezza, e la vittoria di Cristo sul male. Grande fu in Francesco l’amore e la fede in questo segno. “Con tale sigillo, san Francesco si firmava ogniqualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche sua lettera” (FF 980); “Con esso dava inizio alle sue azioni” (FF 1347). Il Tau era quindi il segno più caro per Francesco, il suo sigillo, il segno rivelatore di una convinzione spirituale profonda che solo nella croce di Cristo è la salvezza di ogni uomo.

Quindi il Tau, che ha alle sue spalle una solida tradizione biblico-cristiana, fu accolto da Francesco nel suo valore spirituale e il Santo se ne impossessò in maniera così intensa e totale sino a diventare lui stesso, attraverso le stimmate nella sua carne, al termine dei suoi giorni, quel Tau vivente che egli aveva così spesso contemplato, disegnato, ma soprattutto amato.
Oggi, moltissimi componenti della famiglia francescana: frati, suore, seminaristi aspiranti, francescani dell’ordine secolare, giovani devoti e ammiratori ed amici di san Francesco, portano il Tau come segno distintivo di riconoscimento della loro appartenenza alla famiglia o alla spiritualità francescana.
Il Tau non è un feticcio, né tanto meno un ninnolo qualsiasi, esso è il segno concreto di una devozione cristiana, ma soprattutto un impegno di vita nella sequela del Cristo povero e crocifisso.
Ricevere il Tau, portarlo sul proprio cuore, è l’impegno per un cammino, per una scuola di vita. Il cristiano segnato con il segno della croce al momento del suo battesimo, deve diventare, portando la croce, attraverso le immancabili sofferenze che comporta la vita, imitatore e seguace del Cristo povero e crocifisso. Quel Tau deve ricordarci una grande verità cristiana, la vita nostra associata a quella del Cristo nella croce come insostituibile mezzo di salvezza.

Il Tau è il segno di riconoscimento del cristiano,

cioè del figlio di Dio, del figlio scampato dal pericolo, del SALVATO. È un segno di potente protezione contro il male (Ez.9,6).
È un segno voluto da Dio per me, è un privilegio divino (Ap.9,4; Ap.7,1-4; Ap.14,1).
È il segno dei redenti del Signore, dei senza macchia, di coloro che si fidano di Lui, di coloro che si riconoscono figli amati e che sanno di essere preziosi per Dio (Ez.9,6).
È l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico (Sal.119 in fondo).
Ai tempi di Gesù la croce era la condanna per i malfattori, perciò simbolo di vergogna e scandalo. Ai condannati di quell’epoca veniva legato alle mani un palo dietro la schiena; arrivati sul luogo della esecuzione, venivano issati su un altro palo verticalmente conficcato nel terreno. Il TAU croce di Cristo, non è più un simbolo di vergogna e sconfitta, ma diventa simbolo di un sacrificio per mezzo del quale sono salvato.
È simbolo della dignità dei figli di Dio, perché è la Croce che ha sorretto Cristo. È un segno che mi ricorda che devo essere anch’io forte nelle prove, pronto all’obbedienza del Padre e docile nella sottomissione, come è stato Gesù davanti alla volontà del Padre.

Portare il TAU significa avere risposto il mio SI alla volontà di Dio di salvarmi, accettare la sua proposta di salvezza.

25 dicembre 2015

Buon Natale. Quello vero!

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 
Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.
(Gv 1, 9-14)

Il Natale non è una magia,
 né una favola per piccini,
 ma una concreta realtà.
Il Natale è Dio, che viene ad abitare in mezzo a noi.
Dio esiste, c’è e fa esistere noi in Lui, e non sta su un altro piano astrale, ma viene sulla Terra: è Dio con noi.
Si è fatto embrione, e feto nel grembo di quella creatura straordinaria che è Maria, madre di Dio appunto.
E poi bambino, fanciullo e poi uomo, e sempre Egli stesso Dio.
Un Dio bambino, che da adulto muore per cancellare i nostri peccati e il male, causato.
L’unico giusto, che si addossa il male del mondo.

E tu...
lo hai accolto?

Dio ha un profilo,
un nome,
un volto,
un cuore:
Gesù di Nazareth.


Lui è l’unico che può dare un senso alla tua vita, perché la conosce e ne è l’Autore.

Buon Natale!
Quello originale!

8 dicembre 2015

Immacolata Concezione

Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria: del suo concepimento, avvenuto in modo del tutto naturale nel grembo di sua madre, come avviene per ogni nuova creatura umana; ma “immacolato” perché in quel momento stesso questa nuova creatura umana, a differenza di ogni altra, è  stata  preservata  dalla macchia del  peccato  originale  che  misteriosamente  si  trasmette attraverso la generazione.

Questo avvenimento, a cui la Chiesa guarda con stupore e gioia grande, è l’inizio di una storia nuova di cui anche noi siamo parte:
la storia della redenzione iniziata da Dio nella casa di Anna e Gioacchino, i genitori di Maria.

Dio non si arrende di fronte al male ed è capace sempre di operare nuovi inizi! Maria, donna della nostra stirpe, è nel Suo piano dall’eternità. Dio stesso ne ha annunciato la straordinaria missione fin da quando, di fronte al peccato dei progenitori, promise solennemente la salvezza: «Io porrò inimicizia tra te [Satana] e la donna, tra tua stirpe e la sua, ed essa ti schiaccerà il capo, e tu le insidierai il calcagno» (Gen 3,9-15.20).

Nell’Eden sconvolto dal peccato, Dio immediatamente ricuce i fili della comunione spezzata dal peccato e, con un nuovo inizio, prosegue la sua storia d’amore per l’umanità promettendo la vittoria attraverso questa donna che già in quel momento appare sull’orizzonte come colei che diventerà la madre del Verbo eterno, il Figlio del Padre che si farà uomo per salvare gli uomini! L’immacolato concepimento di Maria, avvenuto tanti secoli dopo quella promessa, è dunque l’aurora della storia nuova. Maria è la prima dei redenti. A lei Dio Padre applica anticipatamente meriti della passione, morte e risurrezione di Cristo: mistero di grazia, di amore gratuito, Mistero di incomparabile bellezza che le insidie di Satana ed i suoi continui tentativi di seminare tragedie nella storia, non riescono a infrangere! Ed ecco, nella pagina evangelica di Luca (Lc 1,26-38), il fatto in vista del quale Dio preservò Maria dal peccato originale, la rese «piena di grazia» fin dal primo istante della sua esistenza: l’incarnazione del Verbo eterno del Padre che si fa uomo diventando figlio di Maria… Dio  bussa  alla  porta  della  casa  di  Nazaret,  bussa  al  cuore  di  quella  giovane  donna  – quindicenne, promessa sposa a Giuseppe – e le chiede il suo sì, la sua adesione ad un progetto immenso, inaudito, incredibile: vuoi diventare la madre di mio figlio?

Maria è turbata di fronte a quella presenza; la sua ragione interroga, pone delle domande… E’ una creatura umana, non un automa…! Riceve una risposta misteriosa – diventerai madre per opera dello Spirito Santo – ma il suo cuore si apre all’accoglienza e risponde con le commoventi parole che abbiamo ascoltato: «Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum»: Eccomi, sono a totale disposizione; avvenga di me quello che hai detto…

 E’ l’offerta di tutta se stessa, di ogni palpito del suo cuore, di ogni pensiero della sua mente, di ogni atomo del suo essere! Tre volte al giorno la Chiesa ripete, nella preghiera dell’Angelus, queste parole di Maria facendo memoria del più sublime dei misteri: Dio che si fa uomo nell’istante in cui questa ragazza di Galilea spalanca la sua vita ad accoglierlo! Che momento di grazia è quello in cui la nostra voce pronuncia queste parole, e il nostro cuore aderisce alla verità che contengono! Dobbiamo riprendere, se l’abbiamo smarrito, l’uso di questa preghiera nei tre momenti forti della giornata – il mattino; a mezzogiorno; e al giungere della sera – quando le campane suonano per ricordare il più grande avvenimento della storia. Dobbiamo riprendere, se l’abbiamo smarrito, l’uso di questa preghiera, almeno in uno di questi momenti della giornata… se non lo possiamo fare in tutti e tre (…ma, sinceramente, è così difficile farlo?).

 L’Angelus  è  una  preghiera  brevissima,  tanto  cara  al  popolo cristiano  che  conserva  la  sua identità… Torni ad essere quel soffio, quel respiro, grazie al quale la nostra anima s’innalza a Dio nello scorrere delle ore, mentre il nostro cuore, spesso in subbuglio, si reca in pellegrinaggio spirituale a Nazaret, dove ha avuto inizio la più grande avventura della storia! Recitandolo lungo la giornata, noi facciamo memoria di questa storia di cui, per grazia di Dio, siamo divenuti partecipi nel Battesimo. Il nostro cuore sarà pur in subbuglio nello scorrere delle ore e delle vicende della vita, ma noi sappiamo di essere dentro a questa storia sublime, sappiamo che le vicende, le fatiche, il dolore, le gioie che proviamo sono abitati dalla Grazia del Signore, dal suo amore indefettibilmente fedele! Dentro alla nostra vita quotidiana, intrecciato con essa, c’è il mistero di Nazaret, c’è l’inizio della nuova storia, c’è l’incarnazione, la passione, morte e risurrezione del Figlio di Dio divenuto uomo per la nostra salvezza!

  Come vivere senza ricordare che questo è il fondamento, il centro della nostra vita? Il Male – che non è qualcosa di astratto, ma un essere angelico divenuto perverso: Satana, il Demonio –, il Male che c’è – e che non è una fiaba o una simbolica rappresentazione della fragilità umana – come aveva insidiato e fatto cadere il primo uomo e la prima donna, così continua lungo la storia il suo intento diabolico, per una misteriosa permissione di Dio. Non potendo nulla contro il Creatore, tenta di spezzare la comunione delle creature  con Dio, illudendole, come aveva fatto con  Adamo  ed  Eva,  di  poter  diventare grandi  in  opposizione  a  Dio  anziché nell’obbedienza amorosa e nella comunione con Lui… Ideologie utopistiche negli ultimi secoli hanno disastrosamente segnato la storia proclamando che il Male non c’è e che basta una buona organizzazione sociale tra gli uomini per far trionfare la pace e l’armonia, per creare il paradiso in terra… Menzogne colossali venute anch’esse da Satana, come dimostrano gli esiti insanguinati di regimi che, proclamando i più alti valori dell’uomo, distruggevano in ecatombe, anche fisicamente, milioni di esseri umani.

 Sul nostro orizzonte però risplende Gesù Cristo il Vincitore, e con lui risplende la prima dei redenti, Maria Immacolata, come segno di sicura speranza e di consolazione.

A lei, splendente di luce incomparabile noi diciamo, nel giorno della sua festa: Donna pensata da Dio ed amata di pura predilezione, annunciata nell’Eden sconvolto, concepita immacolata nel grembo di Anna, prima dei redenti e inizio della storia nuova, stringici al Tuo cuore di Madre. Ave, piena di grazia, meraviglia del creato, Madre di Dio e dei salvati! Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

 Autore: Mons. Edoardo Aldo Cerrato CO

10 novembre 2015

Preghiera per COP 21. Domenica 29 novembre alle 18:00

Preghiera per la COP 21.  Domenica 29 novembre alle 18:00



Il 26 ottobre 2015 è avvenuto un fatto importante: è stato presentato un Appello impellente di Cardinali, Patriarchi e Vescovi, Rappresentanti delle Conferenze Episcopali delle diverse parti del mondo, indirizzato alle parti negozianti e ai capi di Stato impegnati il prossimo dicembre al vertice mondiale sul clima, COP 21 di Parigi, a lavorare per il raggiungimento di un nuovo accordo internazionale sul clima.
L'appello sostiene l'importanza dell'Enciclica Laudato Si' di Papa Francesco.
I firmatari si uniscono “al Santo Padre nell'implorare un grande passo avanti a Parigi, per un accordo globale e generatore di un vero cambiamento sostenuto da tutti”

(i 10 punti del documento su questo link)


L'appello è un forte richiamo a lavorare per l'approvazione di un accordo sul clima, equo, giuridicamente vincolante e generatore di un vero cambiamento che deve mettere il bene comune davanti agli interessi nazionali e deve proteggere “la nostra casa comune e tutti i suoi abitanti”, accettando che il clima, l'atmosfera e le risorse come l'acqua, sono beni comuni globali appartenenti a tutti e destinati a tutti.
 L'accordo, secondo i firmatari, dovrebbe inoltre limitare l'aumento della temperatura globale, anche attraverso la decarbonizzazione, al fine di evitare impatti climatici catastrofici, soprattutto sulle comunità più vulnerabili.

Come francescani secolari, preoccupati per i cambiamenti climatici causati dalle attività umane e uniti dalla comune fede Cattolica, stiamo organizzando un momento di sensibilizzazione e di preghiera per la salvaguardia della creazione di Dio, per i poveri -che sono i più vulnerabili ai danni del clima- e per i nostri figli, che dovranno subire gli impatti peggiori negli anni a venire.

Ci ritroveremo insieme domenica 29 Novembre alle ore 18.00, proprio alla vigilia dell'inizio dei lavori a Parigi, presso la chiesa della Beata Vergine del Carmine a Chieti (ex Orsoline, attuale Comunità Papa Giovanni XXIII) per chiedere al Signore, alla vigilia del vertice di Parigi, la luce dello Spirito Santo nelle menti e nei cuori di tutti i capi di governo del pianeta, affinché prevalga il buon senso per la custodia della casa comune e di tutti i suoi abitanti, al di sopra di ogni altro interesse.

Ora è il momento in cui siamo chiamati a non restare indifferenti ma ad agire, la preghiera è la nostra forza, la preghiera ci unisce, uniamoci insieme in preghiera.

Dalla Laudato Sì di Papa Francesco:
“14. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all'indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale. Come hanno detto i Vescovi del Sudafrica, «i talenti e il coinvolgimento di tutti sono necessari per riparare il danno causato dagli umani sulla creazione di Dio».[22] Tutti possiamo collaborare come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità”.

cosa è il COP 21: http://www.cop21.gouv.fr/en 

7 novembre 2015

Calendario 2015-2016

Noi seguiamo Gesù, camminando sulle orme di Francesco!

Dal Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo


Ci vediamo i Sabato alle 17:00.
(le Lectio Divina, la domenica)
al salone del convento di        
San Francesco al corso
 (ingresso da p.za Malta - via Cesare Battisti 28)

Il dettaglio dei prossimi incontri :

Novembre
 7  Messa di fraternità 19:15 alla ss. Trinità
15  domenica, Percorso Biblico: Lectio Divina (Esodo)
21  Messa in ricordo di Morena: ore 17, S. Bartolomeo, Brecciarola
28  Adorazione Eucaristica, Condivisione di vita, cena di fraternità
     29 domenica, preghiera per la COP21

Dicembre
 5  Messa di fraternità 19:15 alla ss. Trinità
12  Incontro sul Testo di formazione OFS  “Per Dono”
13 domenica, Messa di inizio giubileo, ore 17 in Cattedrale
19 Adorazione Eucaristica, Condivisione di vita, cena di fraternità
            21 Penitenziale (alle 21 presso S.         Bartolomeo, Brecciarola)

Gennaio 2015
 2  Messa di fraternità 19:15 alla ss. Trinità
 9  Incontro sul Testo di formazione “Per Dono” (estrazione santo protettore)
16  Laboratorio Teologico (con conferenza e condivisione)
23 Adorazione Eucaristica, Condivisione di vita, cena di fraternità
31 domenica, Percorso Biblico: Lectio Divina (Esodo)

Febbraio
 6  Messa di fraternità 19:15 alla ss. Trinità
14 domenica, Percorso Biblico: Lectio Divina (Esodo)
20 Laboratorio Teologico (con conferenza e condivisione)
27  Adorazione Eucaristica, Condivisione di vita, cena di fraternità

Marzo
2 Marzo ore 18:30 conferenza di P. Sequeri
5  Messa di fraternità 19:15 alla ss. Trinità
13 domenica, Percorso Biblico: Lectio Divina (Esodo)
19  Adorazione della Croce, Condivisione di vita, cena di fraternità
21 Penitenziale (alle 21 presso S. Bartolomeo, Brecciarola)
24  giovedì santo: Adorazione Eucaristica all’altare della reposizione alla ss. Trinità
27 Domenica di Pasqua

Aprile
 2  Messa di fraternità 19:15 alla ss. Trinità
 9  Incontro sul Testo di formazione OFS  “Per Dono”
17 domenica, Percorso Biblico: Lectio Divina (Esodo) fuori Chieti
23  Laboratorio Teologico (con conferenza e condivisione)
30  Adorazione Eucaristica, Condivisione di vita, cena di fraternità

Maggio
7  Messa di fraternità 19:15 alla ss. Trinità
14  Laboratorio Teologico (con conferenza e condivisione)
21  Incontro sul Testo di formazione OFS  “Per Dono”
29 Domenica: Infiorata per il Corpus Domini

Giugno
   *1-2 Giugno Udienza del mercoledì dal papa, per il giubileo.
4  Messa di fraternità 19:15 alla ss. Trinità
11  Laboratorio Teologico (con conferenza e condivisione)
19 domenica, Percorso Biblico: Lectio Divina (Esodo) fuori Chieti

 25  Cena di fraternità.

Luglio
10* Uscita di Fraterntà
23  Cena di fraternità.


12-15 Agosto Campo di fraternità ad Arcinazzo (RM)

Info: ofschieti@gmail.com
puoi chiamare: 328.3247493    328.6117961

5 ottobre 2015

4 Ottobre: San Francesco di Assisi

San Francesco d'Assisi


BENEDETTO XVI dall'udienza generale del 27/01/2010


 “Nacque al mondo un sole”. Con queste parole, nella Divina Commedia (Paradiso, Canto XI), il sommo poeta italiano Dante Alighieri allude alla nascita di Francesco, avvenuta alla fine del 1181 o agli inizi del 1182, ad Assisi. Appartenente a una ricca famiglia – il padre era commerciante di stoffe –, Francesco trascorse un’adolescenza e una giovinezza spensierate, coltivando gli ideali cavallereschi del tempo. A vent’anni prese parte ad una campagna militare, e fu fatto prigioniero. Si ammalò e fu liberato. Dopo il ritorno ad Assisi, cominciò in lui un lento processo di conversione spirituale, che lo portò ad abbandonare gradualmente lo stile di vita mondano, che aveva praticato fino ad allora. Risalgono a questo periodo i celebri episodi dell’incontro con il lebbroso, a cui Francesco, sceso da cavallo, donò il bacio della pace, e del messaggio del Crocifisso nella chiesetta di San Damiano. Per tre volte il Cristo in croce si animò, e gli disse: “Va’, Francesco, e ripara la mia Chiesa in rovina”. Questo semplice avvenimento della parola del Signore udita nella chiesa di S. Damiano nasconde un simbolismo profondo.

Immediatamente san Francesco è chiamato a riparare questa chiesetta, ma lo stato rovinoso di questo edificio è simbolo della situazione drammatica e inquietante della Chiesa stessa in quel tempo, con una fede superficiale che non forma e non trasforma la vita, con un clero poco zelante, con il raffreddarsi dell’amore; una distruzione interiore della Chiesa che comporta anche una decomposizione dell’unità, con la nascita di movimenti ereticali. Tuttavia, in questa Chiesa in rovina sta nel centro il Crocifisso e parla: chiama al rinnovamento, chiama Francesco ad un lavoro manuale per riparare concretamente la chiesetta di san Damiano, simbolo della chiamata più profonda a rinnovare la Chiesa stessa di Cristo, con la sua radicalità di fede e con il suo entusiasmo di amore per Cristo. Questo avvenimento, accaduto probabilmente nel 1205, fa pensare ad un altro avvenimento simile verificatosi nel 1207: il sogno del Papa Innocenzo III.
Questi vede in sogno che la Basilica di San Giovanni in Laterano, la chiesa madre di tutte le chiese, sta crollando e un religioso piccolo e insignificante puntella con le sue spalle la chiesa affinché non cada.

E’ interessante notare, da una parte, che non è il Papa che dà l’aiuto affinché la chiesa non crolli, ma un piccolo e insignificante religioso, che il Papa riconosce in Francesco che Gli fa visita. Innocenzo III era un Papa potente, di grande cultura teologica, come pure di grande potere politico, tuttavia non è lui a rinnovare la Chiesa, ma il piccolo e insignificante religioso: è san Francesco, chiamato da Dio.
Dall’altra parte, però, è importante notare che san Francesco non rinnova la Chiesa senza o contro il Papa, ma solo in comunione con lui. Le due realtà vanno insieme: il Successore di Pietro, i Vescovi, la Chiesa fondata sulla successione degli Apostoli e il carisma nuovo che lo Spirito Santo crea in questo momento per rinnovare la Chiesa. Insieme cresce il vero rinnovamento.

Ritorniamo alla vita di san Francesco. Poiché il padre Bernardone gli rimproverava troppa generosità verso i poveri, Francesco, dinanzi al Vescovo di Assisi, con un gesto simbolico si spogliò dei suoi abiti, intendendo così rinunciare all’eredità paterna: come nel momento della creazione, Francesco non ha niente, ma solo la vita che gli ha donato Dio, alle cui mani egli si consegna. Poi visse come un eremita, fino a quando, nel 1208, ebbe luogo un altro avvenimento fondamentale nell’itinerario della sua conversione. Ascoltando un brano del Vangelo di Matteo – il discorso di Gesù agli apostoli inviati in missione –, Francesco si sentì chiamato a vivere nella povertà e a dedicarsi alla predicazione. Altri compagni si associarono a lui, e nel 1209 si recò a Roma, per sottoporre al Papa Innocenzo III il progetto di una nuova forma di vita cristiana. Ricevette un’accoglienza paterna da quel grande Pontefice, che, illuminato dal Signore, intuì l’origine divina del movimento suscitato da Francesco.

Il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella vita dei santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello Spirito Santo.  In realtà, alcuni storici nell’Ottocento e anche nel secolo scorso hanno cercato di creare dietro il Francesco della tradizione, un cosiddetto Francesco storico, così come si cerca di creare dietro il Gesù dei Vangeli, un cosiddetto Gesù storico. Tale Francesco storico non sarebbe stato un uomo di Chiesa, ma un uomo collegato immediatamente solo a Cristo, un uomo che voleva creare un rinnovamento del popolo di Dio, senza forme canoniche e senza gerarchia. La verità è che san Francesco ha avuto realmente una relazione immediatissima con Gesù e con la parola di Dio, che voleva seguire sine glossa, così com’è, in tutta la sua radicalità e verità. E’ anche vero che inizialmente non aveva l’intenzione di creare un Ordine con le forme canoniche necessarie, ma, semplicemente, con la parola di Dio e la presenza del Signore, egli voleva rinnovare il popolo di Dio, convocarlo di nuovo all’ascolto della parola e all’obbedienza verbale con Cristo.
Inoltre, sapeva che Cristo non è mai “mio”, ma è sempre “nostro”, che il Cristo non posso averlo “io” e ricostruire “io” contro la Chiesa, la sua volontà e il suo insegnamento, ma solo nella comunione della Chiesa costruita sulla successione degli Apostoli si rinnova anche l’obbedienza alla parola di Dio.  E’ anche vero che non aveva intenzione di creare un nuovo ordine, ma solamente rinnovare il popolo di Dio per il Signore che viene. Ma capì con sofferenza e con dolore che tutto deve avere il suo ordine, che anche il diritto della Chiesa è necessario per dar forma al rinnovamento e così realmente si inserì in modo totale, col cuore, nella comunione della Chiesa, con il Papa e con i Vescovi. Sapeva sempre che il centro della Chiesa è l'Eucaristia, dove il Corpo di Cristo e il suo Sangue diventano presenti. Tramite il Sacerdozio, l'Eucaristia è la Chiesa. Dove Sacerdozio e Cristo e comunione della Chiesa vanno insieme, solo qui abita anche la parola di Dio.
Il vero Francesco storico è il Francesco della Chiesa e proprio in questo modo parla anche ai non credenti, ai credenti di altre confessioni e religioni.  Francesco e i suoi frati, sempre più numerosi, si stabilirono alla Porziuncola, o chiesa di Santa Maria degli Angeli, luogo sacro per eccellenza della spiritualità francescana. Anche Chiara, una giovane donna di Assisi, di nobile famiglia, si mise alla scuola di Francesco. Ebbe così origine il Secondo Ordine francescano, quello delle Clarisse, un’altra esperienza destinata a produrre frutti insigni di santità nella Chiesa.      
Anche il successore di Innocenzo III, il Papa Onorio III, con la sua bolla Cum dilecti del 1218 sostenne il singolare sviluppo dei primi Frati Minori, che andavano aprendo le loro missioni in diversi paesi dell’Europa, e persino in Marocco.
Nel 1219 Francesco ottenne il permesso di recarsi a parlare, in Egitto, con il sultano musulmano Melek-el-Kâmel, per predicare anche lì il Vangelo di Gesù. Desidero sottolineare questo episodio della vita di san Francesco, che ha una grande attualità. In un’epoca in cui era in atto uno scontro tra il Cristianesimo e l’Islam, Francesco, armato volutamente solo della sua fede e della sua mitezza personale, percorse con efficacia la via del dialogo. Le cronache ci parlano di un’accoglienza benevola e cordiale ricevuta dal sultano musulmano. È un modello al quale anche oggi dovrebbero ispirarsi i rapporti tra cristiani e musulmani: promuovere un dialogo nella verità, nel rispetto reciproco e nella mutua comprensione (cfr Nostra Aetate, 3).

Sembra poi che nel 1220 Francesco abbia visitato la Terra Santa, gettando così un seme, che avrebbe portato molto frutto: i suoi figli spirituali, infatti, fecero dei Luoghi in cui visse Gesù un ambito privilegiato della loro missione. Con gratitudine penso oggi ai grandi meriti della Custodia francescana di Terra Santa.  Rientrato in Italia, Francesco consegnò il governo dell’Ordine al suo vicario, fra Pietro Cattani, mentre il Papa affidò alla protezione del Cardinal Ugolino, il futuro Sommo Pontefice Gregorio IX, l’Ordine, che raccoglieva sempre più aderenti. Da parte sua il Fondatore, tutto dedito alla predicazione che svolgeva con grande successo, redasse una Regola, poi approvata dal Papa.  Nel 1224, nell’eremo della Verna, Francesco vede il Crocifisso nella forma di un serafino e dall’incontro con il serafino crocifisso, ricevette le stimmate; egli diventa così uno col Cristo crocifisso: un dono, quindi, che esprime la sua intima identificazione col Signore.  La morte di Francesco – il suo transitus - avvenne la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Dopo aver benedetto i suoi figli spirituali, egli morì, disteso sulla nuda terra. Due anni più tardi il Papa Gregorio IX lo iscrisse nell’albo dei santi. Poco tempo dopo, una grande basilica in suo onore veniva innalzata ad Assisi, meta ancor oggi di moltissimi pellegrini, che possono venerare la tomba del santo e godere la visione degli affreschi di Giotto, pittore che ha illustrato in modo magnifico la vita di Francesco.  È stato detto che Francesco rappresenta un alter Christus, era veramente un’icona viva di Cristo. Egli fu chiamato anche “il fratello di Gesù”. In effetti, questo era il suo ideale: essere come Gesù; contemplare il Cristo del Vangelo, amarlo intensamente, imitarne le virtù. In particolare, egli ha voluto dare un valore fondamentale alla povertà interiore ed esteriore, insegnandola anche ai suoi figli spirituali. La prima beatitudine del Discorso della Montagna - Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3) - ha trovato una luminosa realizzazione nella vita e nelle parole di san Francesco. Davvero, cari amici, i santi sono i migliori interpreti della Bibbia; essi, incarnando nella loro vita la Parola di Dio, la rendono più che mai attraente, così che parla realmente con noi. La testimonianza di Francesco, che ha amato la povertà per seguire Cristo con dedizione e libertà totali, continua ad essere anche per noi un invito a coltivare la povertà interiore per crescere nella fiducia in Dio, unendo anche uno stile di vita sobrio e un distacco dai beni materiali.  In Francesco l’amore per Cristo si espresse in modo speciale nell’adorazione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia.
Nelle Fonti francescane si leggono espressioni commoventi, come questa: “Tutta l’umanità tema, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, vi è Cristo, il Figlio del Dio vivente. O favore stupendo! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi per la nostra salvezza, sotto una modica forma di pane” (Francesco di Assisi, Scritti, Editrici Francescane, Padova 2002, 401).
In quest’anno sacerdotale, mi piace pure ricordare una raccomandazione rivolta da Francesco ai sacerdoti: “Quando vorranno celebrare la Messa, puri in modo puro, facciano con riverenza il vero sacrificio del santissimo Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo” (Francesco di Assisi, Scritti, 399).
Francesco mostrava sempre una grande deferenza verso i sacerdoti, e raccomandava di rispettarli sempre, anche nel caso in cui fossero personalmente poco degni. Portava come motivazione di questo profondo rispetto il fatto che essi hanno ricevuto il dono di consacrare l’Eucaristia. Cari fratelli nel sacerdozio, non dimentichiamo mai questo insegnamento: la santità dell’Eucaristia ci chiede di essere puri, di vivere in modo coerente con il Mistero che celebriamo.
 Dall’amore per Cristo nasce l’amore verso le persone e anche verso tutte le creature di Dio. Ecco un altro tratto caratteristico della spiritualità di Francesco: il senso della fraternità universale e l’amore per il creato, che gli ispirò il celebre Cantico delle creature. È un messaggio molto attuale. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica Caritas in veritate, è sostenibile solo uno sviluppo che rispetti la creazione e che non danneggi l’ambiente (cfr nn. 48-52), e nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho sottolineato che anche la costruzione di una pace solida è legata al rispetto del creato.
Francesco ci ricorda che nella creazione si dispiega la sapienza e la benevolenza del Creatore. La natura è da lui intesa proprio come un linguaggio nel quale Dio parla con noi, nel quale la realtà diventa trasparente e possiamo noi parlare di Dio e con Dio.  Cari amici, Francesco è stato un grande santo e un uomo gioioso. La sua semplicità, la sua umiltà, la sua fede, il suo amore per Cristo, la sua bontà verso ogni uomo e ogni donna l’hanno reso lieto in ogni situazione. Infatti, tra la santità e la gioia sussiste un intimo e indissolubile rapporto. Uno scrittore francese ha detto che al mondo vi è una sola tristezza: quella di non essere santi, cioè di non essere vicini a Dio. Guardando alla testimonianza di san Francesco, comprendiamo che è questo il segreto della vera felicità: diventare santi, vicini a Dio!  Ci ottenga la Vergine, teneramente amata da Francesco, questo dono. Santa Maria Vergine, non vi è alcuna simile a te nata nel mondo tra le donne, figlia e ancella dell’altissimo Re e Padre celeste, Madre del santissimo Signor nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo: prega per noi... presso il tuo santissimo diletto Figlio, Signore e Maestro(Francesco di Assisi, Scritti, 163).
Ci affidiamo a Lei con le parole stesse del Poverello di Assisi: “

8 settembre 2015

NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA

 NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA



Nelle Scritture sono tanti i riferimenti a Maria SS.ma, Madre di Dio e Madre nostra per estrema volontà di Gesù Nostro Signore sulla croce.
Certo, quelli del Nuovo Testamento sono ovvi, infatti mi colpiscono in particolare i riferimenti dell'Antico testamento, 
Tutto l'Antico testamento parla di Gesù, san Luca infatti scriverà di Gesù appena risorto, che spiega le scritture:
 E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui.  ( Lc 24,17)
E ancora con gli Undici:
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture (Lc 24, 44-45)



Ma l'Antico Testamento parla anche di Maria.
Lo Spirito Santo, ispirando i profeti, ha seminato nelle Scritture, nei secoli prima dell'avvento di Cristo, una vera e propria mappa di riconoscimento di Maria.

Così il primo Isaia
Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.            (Is 7,14)


Così Michea:
E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me Colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando partorirà Colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d'Israele.     (Mi 5,1-2)
Fino alla Genesi, nel momento della cacciata dell'uomo a causa del peccato di origine, (l'uomo che sceglie di farsi dio di sé stesso), Dio promette già la salvezza, in Gesù.

Io porrò inimicizia fra te e la donna, 
fra la tua stirpe e la sua stirpe: 
questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno (Gn 3,15)


Per questo Maria è chiamata dai Padri della Chiesa, la nuova Eva.



Per questo Maria doveva essere esente dal peccato originale, come dimostra già il saluto dell'angelo ("piena di grazia", quindi senza nessun ostacolo tra Lei e Dio, IMMACOLATA appunto... ma per questo rimandiamo alla teologia del  francescano beato Duns Scoto e alla sua dimostrazione che precede di 500 anni il dogma dell'Immacolata) .
La stirpe di Maria è Gesù, e noi siamo generati alla vita eterna in Maria.
Maria ci partorisce alla vita eterna, poiché siamo stati resi figli nel Figlio, e quindi fratelli del Signore nostro Gesù Cristo.

 (cfr  "Il trattato delle vera devozione" di S. Luigi Maria Grignion di Monfort, dove troverai un inedito parallelo tra Maria SS.ma e Rebecca, moglie di Isacco e madre di Giacobbe)