29 marzo 2018

COSI’ GESU’ E’ MORTO IN CROCE

tratto da http://lnx.tonyassante.com/ilfaustino/cosi-gesu-e-morto-in-croce/

Sconvolgente racconto, aggiornato alle ultimissime ricerche, fatto da una scienziata che da trent’anni si dedica allo studio della Sindone –
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di Renzo Allegri

Nel corso della Settimana Santa, la Chiesa commemora i misteri principali della Fede Cristiana che sono la Passione, la morte e la Risurrezione di Gesù.

Questi eventi sono ampiamente descritti nel Vangeli, che sono dei racconti storici, fatti da persone che videro e furono testimoni diretti dei fatti.

Si trovano accenni  anche  in vari testi di storici famosi, che riferiscono piccoli dettagli riguardante Gesù, a dimostrazione che questo personaggio è realmente esistito e la sua vicenda era così importante da essere conosciuta anche a Roma. Tra questi scrittori,  Giuseppe Flavio, Plinio il giovane, Svetonio, Tacito, Tertulliano e anche lo stesso Imperatore Marco  Aurelio.

Per quanto riguarda specificatamente la sua “passione e morte in croce”, esiste anche una strepitosa e misteriosa documentazione fisica costituita dalla Sindone. Cioè da un lenzuolo di lino,  attualmente conservato nel Duomo di Torino, in Italia,  sul quale si vede impressa una misteriosa immagine che raffigura  un uomo morto con i segni della crocifissione. E, secondo un’antica tradizione cristiana,  si tratterebbe dell’immagine dal corpo di Cristo morto che, prima della Risurrezione, rimase nel sepolcro avvolto in quel grande lenzuolo di lino.

In quell’immagine  sono contenuti tutti i dettagli di ciò che i Vangeli raccontano riguardo la passione e morte di Gesù. I Vangeli raccontano con parole, la Sindone mostra con immagini come se fosse una fotografia.

La storia della  Sindone è lunga e complessa.

Quel lenzuolo prezioso, fu comperato da Giuseppe da Arimatea, ricco signore, simpatizzante per la dottrina di Gesù, e regalato agli apostoli per la sepoltura di Gesù. Il corpo del Signore venne avvolto in quel lenzuolo al tramonto del venerdì. Venne avvolto frettolosamente perché stava arrivando la vigilia del sabato, giorno nel quale nessun ebreo poteva lavorare. I discepoli avevano l’intenzione di compiere tutti i riti della sepoltura il giorno dopo il sabato. E al mattino di quel giorno, le donne del gruppo degli apostoli si recarono al sepolcro per iniziare il rito, ma il corpo di Gesù non c’era più. Le bende in cui era stato avvolto erano piegate in un angolo del sepolcro e tra esse anche il prezioso lenzuolo di Giuseppe d’Arimatea.

Le donne, piangendo, corsero ad avvertire i discepoli. “Hanno rubato il corpo del Signore”.
Giovanni e Pietro si recarono subito al sepolcro e constatarono che era vuoto. Videro i panni piegati.

Quei panni furono prelevati e portati via. Su di essi  vi erano le macchie del sangue di Gesù, il ricordo fisico del suo corpo. E divennero subito oggetti preziosissimi.  Furono conservati con amore e venerazione. Soprattutto il lenzuolo che aveva contenuto l’intero corpo del Signore.

Certamente, i discepoli di Gesù si accorsero  subito che il sangue, le ferite, avevano lasciato un’impronta sottilissima, ma inconfondibile del corpo del Signore. Per questo ebbero una cura speciale per quel lenzuolo, tenendolo nascosto, e spostandolo da un luogo all’altro quando si presentavano pericoli.
La Sindone lungo il corso dei secoli ebbe vicissitudini incredibili. Fu amata e odiata. Rischiò di essere distrutta da guerre, rapimenti, incendi, congiure, ma riuscì sempre a sopravvivere.

La comunità cristiana non ebbe mai dubbi sulla sua autenticità. Gli atei più radicali la ritenevano una “pia illusione” dei credenti e al più un prodotto pittorico del medioevo. Alcuni affermavano che era stata  creata da Leonardo da Vinci.

Da un punto di vista scientifico moderno, la situazione cominciò a cambiare alla fine dell’Ottocento. Nel 1898, il Sacro Lenzuolo venne fotografato la prima volta. Fu l’avvocato torinese Secondo Pia, che era anche un professionista della fotografia, a realizzare l’incarico. Egli stesso narrò che per poco non sveniva quando, durante lo sviluppo, vide formarsi sulla lastra non una figura “in negativo”, come doveva essere,  ma “in positivo”.  Quel soggetto aveva capovolto tutte le leggi che governano un procedimento fotografico. Si scoprì così che le impronte della Sindone hanno tutti i caratteri di una immagine negativa, e che il negativo fotografico diventa perciò  un’immagine positiva. Una caratteristica unica ed inspiegabile.

Da allora la Sindone è diventata un oggetto di grandissimo interesse per gli scienziati. L’hanno sottoposta e continuano a sottoporla a ricerche e prove approfondite e sofisticatissime.  Molti con la speranza di trovare il dato definitivo che la dichiari autentica, risalente cioè al tempo di Gesù. Altri, invece, forse spinti da una forte paura che sia vera, continuano a sofisticare, girare intorno alle prove, addirittura falsificandole con l’intento di dimostrare che è un falso.

Ma le certezze finora raggiunte sono a favore dell’autenticità. La scienza ha dimostrato senza ombra di dubbi che l’immagine presente sulla Sindone non è pittura, non è un disegno, non è neppure un’immagine ottenuta con l’impressione a fuoco. Se guardata da vicino, quasi non si vede. Da lontano, invece, si vede benissimo. Un pittore, quindi, non può aver dipinto ciò che lui stesso non poteva vedere mentre lavorava. Inoltre, su quell’immagine non ci sono tracce di pigmenti coloranti di nessun genere. Invece sono state trovate tracce di sangue umano. L’elaborazione al computer ha mostrato delle proprietà tridimensionali, che non appartengono né ai dipinti, né alle normali fotografie.

Scoperte che  hanno esaltato i “credenti”  ma che hanno fortemente irritato i “non credenti”. Lo scontro tra le due fazioni, lungo il corso del Novecento, è diventato sempre più vivo ed aspro.  Molti scienziati invocavano l’esame  del Carbonio14,  ritenuto scientificamente infallibile nell’indicare la data di origine di un oggetto. Le autorità ecclesiastiche erano timorose. Ma, ad un certo momento, tante erano le prove dell’autenticità, proclamate da vari settori della scienza, che anche la Chiesa ha accettato quel rischio. L’esame al Carbonio 14 venne eseguito nel 1988, in tre Laboratori internazionali, e il risultato fu negativo. Secondo quell’esame, la Sindone  aveva un’origine medievale, risaliva a un periodo compreso tra il 1260 e il 1390.
La notizia ebbe l’effetto di una bomba. Cancellava di colpo una tradizione cristiana di quasi 2000 anni. La  sua storia di reliquia preziosissima era finita. Gli stessi credenti si arresero. I pochi che continuarono a sostenere l’antica tradizione, erano derisi.

Ma ciò che sembrava distrutto per sempre, lo è stato invece per poco. Le cose sono cambiate di nuovo.  E non per merito dei “credenti ad oltranza”, ma per il lavoro della Scienza, di quei ricercatori scientifici che compiono il loro lavoro con distacco, con obiettività, senza seguire ideologie o programmi prestabiliti, ma desiderosi solo di conoscere la verità.

Dopo il 1988 sono stati compiuti molti altri esami, sempre più sofisticati,  e oggi, per la Scienza, la Sindone è autentica. La sua origine risale all’inizio del primo secolo. E le informazioni che in essa  sono racchiuse confermano in pieno che avvolse un uomo morto crocifisso, il quale aveva sul suo corpo tutte le ferite che gli evangelisti nei loro libri  attribuiscono a Gesù.
La Sindone quindi è la più preziosa reliquia dell’umanità, perché su di essa ci sono tracce fisiche del corpo dell’Uomo-Dio, ci sono le prove delle sofferenze fisiche da Lui subite nel corso della Passione, sofferenze immani, che nessun essere umano avrebbe potuto sopportare,  e ci sono anche le prove fisiche della sua Risurrezione.

Per farci descrivere in modo preciso tutto questo, siamo ricorsi all’aiuto di una della maggiori esperte   in argomento, la dottoressa Emanuela Marinelli,  che  allo studio della Sindone  si dedica da oltre 30 anni. Romana, due lauree, numerosi corsi di perfezionamento post laurea,  autrice di una ventina di libri e di decine di articoli, ha partecipato a 24 congressi sindonici internazionali, ha tenuto conferenze in molte città italiane e in città di 22 nazioni estere. Per questa sua totale dedizione allo studio della Sindone, nel 2015 è stata insignita della “Medaglia d’Oro al merito della Cultura Cattolica”, e nel 2017 dell’onorificenza di “Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”.

Dottoressa Marinelli, gli evangelisti nei loro scritti ci hanno raccontato le fasi principali della Passione di Gesù; cosa vedono gli scienziati sulla Sindone?

<< Anzi, gli scienziati, con l’aiuto dei più sofisticati strumenti moderni, vedono  nella Sindone dettagli fisiologici e medici che gli evangelisti allora non potevano neppure supporre. Gli evangelisti hanno sparso segni, descritto sintomi, che permettono agli scienziati di oggi, a distanza di duemila anni, di formulare spiegazioni precise, ricostruendo in modo scientifico la verità delle sofferenze patite da Gesù>>

L’evangelista Luca, al capitolo 22 racconta che Gesù, dopo l’ultima cena, si recò assieme agli apostoli nell’Orto del Getsemani, dove, per il grande dolore che sentiva di fronte a ciò che stava per accadere, cominciò a sudare sangue. Sulla Sindone ci sono tracce di questo enorme dolore?

L’altro momento drammatico della Passione di Gesù è costituito dalla flagellazione

<< Gli evangelisti raccontano che Gesù fu flagellato e dallo studio della Sindone si ricava che fu flagellato su tutto il corpo. Ricevette circa 120 colpi.  Lo strumento utilizzato era un flagrum romano, cioè una frusta corta, a tre corde, ciascuna con due piccoli pezzi d’osso acuminati.  Arma micidiale. Ogni colpo lacerava la pelle e strappava pezzettini di carne, La violenza della flagellazione dei romani dipendeva dalla forza dell’esecutore. Poteva giungere a mettere a nudo e lesionare anche i muscoli.  Ogni colpo provocava sei ferite; 120 colpi hanno lasciato sul corpo di Gesù 720 ferite. La sofferenza era inimmaginabile e la perdita di sangue, enorme. Gesù  aveva trascorso la notte in continui spostamenti dalla casa di Anania, al sinedrio, al pretorio, al palazzo di Erode. E in ognuna di queste tappe era sottoposto a interrogatori e a tormenti da parte delle guardie. Nel Getsemani, al momento dell’arresto, aveva ricevuto uno schiaffo violento da Malco, una delle guardie, che aveva provocato una lesione al setto nasale, al labbro e allo zigomo, ben visibili sulla Sindone. La flagellazione venne comminata da Pilato il mattino successivo  all’arresto nel Getsemani. Gesù era già sfinito, privo ormai di ogni forza. Pilano aveva ordinato la flagellazione come punizione, e doveva concludersi con la liberazione. Come riferisce Luca al capitolo 23, Pilato aveva detto: “Lo punirò e lo rimetterò in libertà” . Ma poi era stato ricattato dalla folla sobillata dalle autorità giudaiche, e aveva cambiato idea condannando Gesù alla morte di croce>>.
Alla flagellazione seguì poi l’imposizione di una corona di spine sul capo.

Gesù condannato viene preparato per il viaggio al calvario

<< Sulla schiena insanguinata dell’Uomo della Sindone si possono vedere le ferite dovute al successivo trasporto del patibulum, il palo orizzontale della croce. I condannati alla morte in croce dovevano portare il  patibulum sulle loro spalle. Camminavano legati insieme, mani e piedi, in modo da non poter fuggire. Il cartello, chiamato titulus, appeso al collo del condannato o portato da un banditore, aveva la funzione di informare i passanti sulle sue generalità, sul delitto, sulla sentenza. Lungo il cammino, il  condannato veniva oltraggiato e maltrattato.

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E infine la crocifissione

<< Prima della crocifissione a Gesù furono tolte le vesti. Anche questo causò una enorme sofferenza, perché gli abiti si erano attaccati alle ferite della flagellazione, che in questo modo vennero riaperte.

Che genere di morte?

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<<È inconsueta la trafittura al fianco prodotta dopo la morte del condannato, anziché prima per provocarla: questo fatto può interpretarsi come una prova di morte avvenuta. La lancia, che ha colpito fra la quinta e la sesta costola del lato destro, ha provocato l’immediata fuoruscita di sangue e siero. L’evangelista Giovanni dice: “e subito ne uscì sangue e acqua”.

<<È sorprendente l’aspetto di “getto” e non di “colata” che ha la ferita del costato. Un’emissione così abbondante di sangue e siero in un cadavere è possibile soltanto con una morte causata dalla rottura del cuore. Dalla ferita viene fuori un fiotto sotto pressione. Molti medici ritengono che l’Uomo della Sindone sia morto per “emopericardio”, cioè per una raccolta patologica di sangue nel sacco pericardico, che in genere si verifica in seguito a rottura o lesione traumatica del miocardio. Nella grande maggioranza dei casi, l’emopericardio è il momento terminale di un infarto miocardico. La migliore spiegazione per l’abbondante fuoruscita di sangue raggrumato e siero dalla ferita del costato si accorda dunque con l’ipotesi di un emopericardio post-infartuale come causa della morte dell’Uomo della Sindone.

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Sulla Sindone ci sono prove scientifiche che riguardano la Risurrezione.

La Sindone è piena di misteri. E’ un pozzo di informazioni sconcertanti  e ancora inspiegabili. Gli scienziati continuano a studiarla, e trovano continuamente aspetti nuovi. Al microscopio si vede una quantità di dettagli, che non si possono riprodurre in laboratorio.

<<È inoltre sorprendente che non sia iniziato il fenomeno putrefattivo, che viene accelerato da vari fattori, fra i quali la presenza di grandi ferite e di grossi focolai contusivi.

<< Sulla Sindone c’è l’immagine del corpo che vi fu avvolto. È un’immagine superficiale, dettagliata, termicamente e chimicamente stabile. È stabile anche all’acqua. Non è composta da pigmenti, è priva di direzionalità e non è stata provocata dal semplice contatto del corpo con il lenzuolo: con il contatto il telo o tocca o non tocca, non c’è via di mezzo. Invece sulla Sindone c’è immagine anche dove sicuramente non c’era contatto. I suoi chiaroscuri sono proporzionali alle diverse distanze esistenti fra corpo e telo nei vari punti di drappeggio. Sotto le macchie ematiche non esiste immagine del corpo: il sangue, depositatosi per primo sulla tela, ha schermato la zona sottostante mentre, successivamente, si formava l’immagine.

<< Il chiaroscuro dell’immagine può essere letto e ricostruito al computer con un effetto tridimensionale. Una normale immagine piatta dovrebbe fornire un rilievo distorto; al contrario, in questo caso si ottiene un corpo tridimensionale ben proporzionato. Resta ancora  inspiegabile come un cadavere abbia potuto lasciare sul lenzuolo l’immagine fotografica di se stesso.

<< Nella zona dell’impronta umana è ingiallita solo la pellicola superficiale delle fibrille più esterne. Le fibrille sono i filamenti di tessuto che costituiscono il filo ed hanno un diametro di circa dieci millesimi di millimetro. Sono invisibili ad occhio nudo.  L’immagine della Sindone è data dalla diversa colorazione di queste fibrille. Al microscopio, si vedono fibrille colorate  tutto attorno alla loro superficie, e accanto ad esse altre fibrille non colorate. L’immagine si vede soltanto dal lato del lenzuolo che era verso il corpo; sul rovescio della stoffa non è presente. Sul retro si vedono invece le macchie di sangue, che sono passate da parte a parte

<< Il colore giallo traslucido della zona dell’immagine non è dovuto ad alcuna sostanza posta sui fili: sono i fili stessi a essersi inscuriti. Non c’è traccia di cementazione, ma non ci sono nemmeno strinature dovute al contatto con un oggetto rovente o al trattamento con pigmenti acidi, come qualcuno aveva ipotizzato. Si tratta di un ingiallimento identico a quello che la luce provoca sulla cellulosa del legno, della carta e delle stoffe con il trascorrere degli anni; solo che in questo caso il fenomeno all’origine dell’impronta ha fatto scurire al massimo le fibrille, mentre il resto del lenzuolo ha il normale colore avorio dovuto al passare del tempo.

<< Un’altra caratteristica dell’immagine sindonica  consiste nel fatto che non manifesta fluorescenza se viene esposta alla luce ultravioletta, come farebbe una bruciatura. Per lo stesso motivo si deve anche escludere che sia composta di sostanze organiche. Inoltre ha resistito a ventuno diversi reagenti e solventi.

<< L’unica spiegazione per l’origine di questa immagine sarebbe dunque l’ipotesi di un effetto a distanza di tipo radiante, un meccanismo come un fiotto di radiazione non penetrante che si attenua con il passaggio nell’aria e diminuisce con la distanza.

<< L’esperimento che è riuscito di più ad avvicinarsi alle caratteristiche dell’immagine sindonica è stato realizzato negli ultimi anni da un gruppo di fisici dell’ENEA, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Alcune stoffe di lino sono state irradiate con un laser a eccimeri, che emette una radiazione ultravioletta ad alta intensità. I risultati, confrontati con l’immagine sindonica, mostrano interessanti analogie.


Ideatore e coordinatore di questi esperimenti è stato il fisico Giuseppe Baldacchini, che a questo riguardo ha dichiarato: “Sono necessari impulsi di luce ultravioletta molto dura, di durata inferiore a cento miliardesimi di secondo e con potenze di almeno qualche centinaio di megawatt, ma non troppo di più. Quindi, siamo in presenza di processi a soglia e a finestra di tipo foto-chimico e non fototermico, che invece inducono bruciature. Con una serie di ragionamenti logici e di fatti sperimentali e storici è possibile dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la Sindone è stata realmente il lenzuolo funebre utilizzato per coprire il cadavere di Gesù Cristo circa 2000 anni fa, dopo essere stato flagellato e crocifisso in Gerusalemme, come è stato descritto nei Vangeli. Rimane però da scoprire come sia stata creata l’immagine corporea sul lenzuolo funebre e come abbia fatto il corpo di Gesù a uscire dalla tomba e in particolare dalla Sindone, che al mattino dopo la risurrezione era semplicemente distesa (afflosciata) sulla pietra del sepolcro. Le nostre misure ci dicono che una esplosione di energia radiante è compatibile con la formazione dell’immagine corporea”.
<< Questo esperimento arriva davvero sin sulla soglia del mistero di quell’impronta, che richiama il mistero centrale della fede cristiana>>.

13 dicembre 2017

LE CINQUE INSIDIE PER LA CHIESA DI OGGI

LE CINQUE INSIDIE PER LA CHIESA DI OGGI



del cardinale Carlo Caffarra (+2017)


 L' alternativa ad una Chiesa senza dottrina non è una Chiesa pastorale, ma una Chiesa dell’arbitrio e schiava dello spirito del tempo: "praxis sine theoria coecus in via", dicevano i medioevali.
 Questa insidia è grave, e se non vinta causa gravi danni alla Chiesa. 
Per almeno due ragioni.
La prima è che, essendo la "Sacra Doctrina" niente altro che la divina Rivelazione del progetto divino sull’uomo, se la missione della Chiesa non si radica in essa, che cosa la Chiesa dice all’uomo?
La seconda ragione è che quando la Chiesa non si guarda da questa insidia, rischia di respirare il dogma centrale del relativismo: in ordine al culto che dobbiamo a Dio e alla cura che dobbiamo all’uomo, è indifferente ciò che penso di Dio e dell’uomo.  La "quaestio de veritate" diventa una questione secondaria.




La seconda insidia è dimenticare che la chiave interpretativa della realtà tutta ed in particolare della storia umana non è dentro la storia stessa. È la fede. San Massimo il Confessore ritiene che il vero discepolo di Gesù pensa ogni cosa per mezzo di Gesù Cristo e Gesù Cristo per mezzo di ogni cosa. Faccio un esempio molto attuale. La nobilitazione dell’omosessualità, alla quale assistiamo in Occidente, non va interpretata e giudicata prendendo come criterio il mainstream delle nostre società; oppure il valore morale del rispetto che si deve ad ogni persona, il che è "metabasis eis allo genos", cioè passaggio a un altro genere, direbbero i logici. Il criterio è la "Sacra Doctrina" circa la sessualità, il matrimonio, il dimorfismo sessuale. La lettura dei segni dei tempi è un atto teologale e teologico.

La terza insidia è il primato della prassi. Intendo il primato fondativo.
Il fondamento della salvezza dell’uomo è la fede dell’uomo, non il suo agire.
Ciò che deve preoccupare la Chiesa non è "in primis" la cooperazione col mondo in grandi processi operativi, per raggiungere obiettivi comuni.
L’insonne preoccupazione della Chiesa è che il mondo creda in Colui che il Padre ha mandato per salvare il mondo.
Il primato della prassi conduce a quella che un grande pensatore del secolo scorso chiamava la dislocazione delle Divine Persone: la seconda Persona non è il Verbo ma lo Spirito Santo.



La quarta insidia, molto legata alla precedente, è la riduzione della proposta cristiana ad esortazione morale. È l’insidia pelagiana, che Agostino chiamava l’orrendo veleno del cristianesimo. Questa riduzione ha l’effetto di rendere la proposta cristiana molto noiosa, e ripetitiva. È solo Dio che nel suo agire è sempre imprevedibile.
E infatti al centro del cristianesimo non sta l’agire dell’uomo, ma l’Azione di Dio.


La quinta insidia è il silenzio circa il giudizio di Dio, mediante una predicazione della misericordia divina fatta in modo tale che rischia di far scomparire dalla coscienza dell’uomo che ascolta la verità che Dio giudica l’uomo.


*
Due note a margine.
La prima riguarda il "grande pensatore del secolo scorso" al quale fa cenno Caffarra. È il filosofo svizzero Romano Amerio (1905-1997), autore di "Iota Unum", poderosa apologia della tradizione contro le "variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX".
La seconda riguarda il cardinale Biffi. Di lui è uscito postumo quest'anno, oltre all'epistolario con Emanuela Ghini, un altro libro prezioso, "Cose nuove e cose antiche", edito da Cantagalli, che raccoglie i suoi scritti pastorali tra il 1967 e il 1975, quando era parroco a Legnano e a Milano.

28 novembre 2017

Non abbandonarli alla tentazione di cambiare il Padre nostro

di  Don Alfredo Morselli, Stiatico di San Giorgio di Piano, 21 novembre 2010.


1 - Lo status quaestionis

Il testo del Padre nostro potrebbe subire un cambiamento: la traduzione classica della VI domanda “non ci indurre in tentazione” (Mt 6,13) verrebbe sostituita, seguendo così la nuova Bibbia CEI 2008, con “non abbandonarci alla tentazione”.
Perché questo cambiamento? 
Per evitare che qualcuno pensi che Dio possa positivamente indurre qualcuno in tentazione, o essere Egli stesso causa della tentazione.
Si tratterebbe veramente di uno scandalum mere receptum, perché è molto facile ricordare, con San Giacomo, che “Nessuno, quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio"; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno” (Gc 1,13).
Sono ben altri i passi difficili, che possono turbare la coscienza dei più deboli; e, sempre in tema di una certa azione positiva e diretta di Dio nella tentazione, è molto più problematico del nostro versetto quanto troviamo in 2 Ts 2,11: “Dio perciò manda loro una forza di seduzione, perché essi credano alla menzogna”. Grazie al cielo, qui nessuno ha ancora pensato di cambiare il testo sacro.
Però è anche vero che ogni scandalo, quando è possibile, va rimosso, perché “non tutti hanno la conoscenza” e quindi “se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello” (1 Cor 8, 7. 13).
Questo principio paolino, tutto informato dalla carità, va applicato anche nella traduzione dei testi sacri; a patto però di non tradire il significato del testo, di non contraffarlo; il che significherebbe contrabbandare per Parola di Dio una povera parola di uomo.
E allora ci chiediamo: non abbandonarci alla tentazione è una traduzione esatta, vera, di et ne nos inducas in tentationem, che a sua volta traduce il greco καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν? 
La nuova versione corrisponde a quello che ci ha insegnato Gesù?


2 - Cosa vuol dire "et ne nos inducas"?

La parola greca tradotta con ne inducas (μὴ εἰσενέγκῃς) è una voce del verbo εἰσφέρω, che vuol dire fare entrare dentro, introdurre.
Cosa significa questo?
Innanzi tutto, con il Padre nostro, noi non chiediamo di non essere tentati.
Sappiamo infatti che questo è impossibile; anzi, tanto quanto vorremo servire il Signore, tanto più saremo messi alla prova.
La Scrittura parla chiaro: “Perché tu eri accetto a Dio, bisognava che ti provasse la tentazione” (Tb 12, 13 Vg).
Altrettanto affermano i Padri: “La nostra vita in questo luogo di esilio non può essere senza tentazione, perché il nostro avanzamento avviene soltanto per la tentazione. Nessuno può arrivare a conoscere se stesso finché non è tentato, né essere coronato senza aver vinto. Né vince senza combattimento; né può combattere senza che vi siano nemici e tentazioni ” (S. Agostino, In Psalm. LX).
E San Leone Magno afferma: “Non si danno opere di virtù senza le prove della tentazione, né fede senza agitazioni, né lotta senza avversari, né vittoria senza combattimento. Se vogliamo trionfare dobbiamo venire alla lotta”    (Serm. I, de Quadrag.).
Se dunque non si può chiedere di non essere tentati, dovremo chiedere di vincere nella tentazione; e come si consegue questa vittoria? Non entrando nella trappola diabolica (la tentazione), rimanendo nell’amore di Gesù Cristo (Cf. Gv 15).
Chi cede alla tentazione cessa di rimanere in Dio (cf 1 Gv 4,15), e dimora nell’atmosfera diabolica: la tentazione è la porta aperta per uscire dagli atri del Signore per ritrovarsi in un paese lontano (Lc 15,13).
“Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove, stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi” (Sal 84,11). Peccare significa entrare, attraverso la porta della tentazione, in uno stato di vita lontano dal Signore, le tende degli empi.
Allora tutto ciò significa, forse, che con la VI domanda del Padre nostro, chiediamo al Signore di non indurci a lasciare il suo amore, la dimora in Lui, e che non ci faccia entrare nella dimora degli empi?


3 - Il sostrato semitico.

Con questa spiegazione, l’espressione et ne nos inducas in tentationem potrebbe essere un’occasione di scandalo ancora più pericolosa, perché sembrerebbe che Dio stesso ci possa spingere a entrare nel peccato.
A questo punto ci viene in aiuto la grammatica ebraica e aramaica. Non dobbiamo dimenticare infatti che Gesù ha insegnato il Padre nostro non certo in greco, ma – e qui ci sono varie ipotesi – o in ebraico (nella lingua colta dei farisei: cf. At 21,40; oppure nella lingua degli esseni di Qumram), o in aramaico (la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù).
Ebbene, in ebraico esiste la forma causativa, per cui, con una sola parola si esprime ciò che in italiano o latino si esprime con una perifrasi.
Provo a spiegare con un esempio: attivo: mangiare; passivo: essere mangiato, riflessivo: mangiarsi; causativo attivo: fare mangiare; in ebraico fare mangiare si esprime con una parola sola, con una coniugazione particolare (detta Hiphil).
Questa forma, al negativo, si trova ad avere due possibilità di traduzione, determinate esclusivamente dal contesto. La particella negativa (’al = non) può negare o la causalità stessa o l’azione causata. Non ci indurre (<= lat. et ne nos inducas <;= gr. μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς) traduce l’ebraico ’al tebî’ênu (אל תביאנו o forme aramaiche analoghe)
’al = non tebî’ênu = facci entrare
’al tebî’ênu può essere tradotto con:
a) non farci entrare (nella tentazione): qui viene negata la causalità.
b) fa sì che non entriamo (nella tentazione): qui viene negata l’azione causata.
Tra gli studiosi che sostengono la traduzione b, troviamo Johannes Heller (1901), Jean Carmignac (1969, 1971) (“garde-nous de consentir a la tentation”): quest’ultimo offre un lungo elenco di altri autori che interpretano, pur implicitamente, in questo senso; ne riporto alcuni: Eliseo Armeno (450), Riccardo di San Vittore (tra il 1153 e il 1162), il futuro Innocenzo III (1195), T.H Robinson (1928), M. Zerwick (1953).

4 - Confronto tra le due opzioni

Se confrontiamo la proposta di Heller e di Carmignac (fa’ sì che non entriamo nella tentazione) con la nuova traduzione della CEI (non abbandonarci alla tentazione), possiamo vedere cha la prima è più corretta e presenta due vantaggi.
  1. Viene dichiarata una causalità divina positiva: Signore, agisci, fa’ sì che; Non abbandonarci richiama in modo più tenue l’azione divina, quasi che Dio venga richiamato da uno stato di non azione.
  2.  Viene meglio espressa la teologia e la dinamica psicologica della tentazione: l’uomo è - di fatto - necessariamente tentato. Il demonio non può obbligare al peccato, può solo costruire una trappola; allora chiediamo: Fa sì o Signore che io non entri colà dove il demonio mi apre le porte.
Al contrario, non abbandonarci alla tentazione non è una traduzione, ma una interpretazione: purtroppo viene dichiarato testo sacro ciò che – al più – potrebbe essere detto in una nota esplicativa.

Conclusione

Cosa ha fatto l’evangelista nel tradurre in greco le parole di Gesù pronunciate in una lingua semitica (ebraico o aramaico)? È rimasto umile, non ha voluto dare una sua spiegazione per l’uomo di quell’epoca, ma ha tradotto letteralmente parola per parola, per rimanere il più vicino possibile al verbo stesso del Salvatore, o a quella versione del Padre nostro che veniva già usata nella liturgia Eucaristica in età apostolica (Cf. la Didaché).
In poche parole non ha confuso la traduzione della Parola di Dio o di un testo liturgico con la catechesi.
Si potrebbe obiettare che era più facile per un greco che viveva in ambiente palestinese recuperare il senso del negativo causativo, di quanto non possa fare l’uomo di oggi. Al che rispondo: all’uomo di oggi si possono dare spiegazioni; e se proprio si vuole cambiare un testo con la sua parafrasi, si dia almeno la parafrasi giusta.

27 luglio 2017

Il dialogo può sostituire la missione? Qual è la vera religione.



19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».  Mt 28, 19-20
 riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».   At 1, 8

Il 4 settembre del 2014, l'ex presidente israeliano Shimon Peres (scomparso il 28 settembre del 2016), ha incontrato in vaticano papa Francesco.
Gli ha proposto di diventare il leader di una ONU delle religioni.

Secondo l'ex presidente, sarebbe più funzionale per la pace è più efficace rispetto all'ONU politica:  "penso che dovrebbe esserci anche una Carta delle Religioni Unite, esattamente come c'è la Carta dell'Onu. [...] E' questo che ho proposto al Papa".
Per i dettagli di Peres: ANSA


Non conosciamo la risposta di Bergoglio.
Tuttavia, un mese dopo questo incontro e proposta (indecente, aggiungo),
arriva il messaggio di Benedetto XVI, letto il 21 ottobre del 2014, in occasione dell'intitolazione a lui, dell'Aula Magna della Pontificia Università Urbaniana.

Di seguito una sintesi.  Sembra una risposta a Peres.

"Il Signore Risorto incaricò i suoi Apostoli, e tramite loro i discepoli di tutti i tempi, di portare la sua parola sino ai confini della terra e di fare suoi discepoli gli uomini. [...]

Ma vale davvero ancora? – si chiedono in molti, oggi, dentro e fuori la Chiesa – davvero la missione è ancora attuale?
Non sarebbe più appropriato incontrarsi nel dialogo tra le religioni e servire insieme la causa della pace nel mondo?
La contro-domanda è: il dialogo può sostituire la missione?

Oggi in molti, in effetti, sono dell’idea che le religioni dovrebbero rispettarsi a vicenda e, nel dialogo tra loro, divenire una comune forza di pace.
In questo modo di pensare, il più delle volte si dà per presupposto che le diverse religioni siano varianti di un’unica e medesima realtà; che “religione” sia il genere comune, che assume forme differenti a secondo delle differenti culture, ma esprime comunque una medesima realtà.
La questione della verità, quella che in origine mosse i cristiani più di tutto il resto, qui viene messa tra parentesi.
Si presuppone che l’autentica verità su Dio, in ultima analisi, sia irraggiungibile e che tutt’al più si possa rendere presente ciò che è ineffabile solo con una varietà di simboli.
Questa rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra le religioni nel mondo.

E tuttavia essa è letale per la fede. Infatti, la fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino.

Cari amici, vedete che la questione della missione ci pone non solo di fronte alle domande fondamentali della fede ma anche di fronte a quella di cosa sia l’uomo.


L’opinione comune è che le religioni stiano per così dire una accanto all’altra, come i Continenti e i singoli Paesi sulla carta geografica. Tuttavia questo non è esatto. [...]
 

Nel nostro tempo diviene sempre più forte la voce di coloro che vogliono convincerci che la religione come tale è superata.
Solo la ragione critica dovrebbe orientare l’agire dell’uomo.
Dietro simili concezioni sta la convinzione che con il pensiero positivistico la ragione in tutta la sua purezza abbia definitivamente acquisito il dominio.
In realtà, anche questo modo di pensare e di vivere è storicamente condizionato e legato a determinate culture storiche. Considerarlo come il solo valido sminuirebbe l’uomo, sottraendogli dimensioni essenziali della sua esistenza.
L’uomo diventa più piccolo, non più grande, quando non c’è più spazio per un ethos che, in base alla sua autentica natura, rinvia oltre il pragmatismo, quando non c’è più spazio per lo sguardo rivolto a Dio. Così, spetta a noi che crediamo spalancare sempre di nuovo le porte che, oltre la mera tecnica e il puro pragmatismo, conducono a tutta la grandezza della nostra esistenza, all’incontro con il Dio vivente.
[...] anche oggi, in un mondo profondamente mutato, rimane ragionevole il compito di comunicare agli altri il Vangelo di Gesù Cristo.

E tuttavia c’è anche un secondo modo, più semplice, per giustificare oggi questo compito.
La gioia esige di essere comunicata.
L’amore esige di essere comunicato.
La verità esige di essere comunicata.
 

Chi ha ricevuto una grande gioia, non può tenerla semplicemente per sé, deve trasmetterla.
[...] Lo stesso vale per il dono dell’amore, per il dono del riconoscimento della verità che si manifesta.
 

“Abbiamo conosciuto e creduto l’amore” (1 Gv 4,16): questa frase esprime l’autentica natura del cristianesimo. L’amore, che si realizza e si rispecchia in modo multiforme nei santi di tutti i tempi, è l’autentica prova della verità del cristianesimo.

Benedetto XVI



l'intervento completo: http://www.kath.net/news/48020
 
Per approfondire il Magistero, sull'unicità della salvezza in Gesù:
la Dichiarazione Dominus Jesus

13 luglio 2017

Fatima. 13 Luglio

Oggi è il 13 luglio 2017. Esattamente cento anni fa avveniva l'apparizione più importante e decisiva delle 6 apparizioni della Santa Madre di Dio a Fatima.

Oggi siamo in periodo di forte crisi nella Chiesa, da diversi punti di vista e non meno da quello dottrinale, mi è parso il caso di rileggere, dagli scritti della veggente suor Lucia, quell'apparizione centrale del 13 Luglio 1917, quella che conteneva il famigerato "terzo segeto".

Mi lascia sempre perplesso questa frase: "In Portogallo, si conserverà sempre il dogma della Fede; ecc..."
che cosa Ecc..? cosa hai omesso suor Lucia? E dov'è che non si conserverà?  E in Italia?
Cento anni dopo assistiamo all'apostasia silenziosa.
La fede si sta spegnendo, come preoccupato denunciava il Santo Padre Benedetto XVI!


dalla "Quarta Memoria di Suor Lucia"     (pagg 172-174   8° edizione aprile 2005 Gráfica Almondina – Torres Novas)

Il tredici luglio

13 luglio 1917 – Pochi minuti dopo che eravamo giunti alla Cova d’lria, presso il leccio, tra la numerosa folla di popolo, mentre  recitavamo il rosario, vedemmo il riflesso della solita luce e subito
dopo la Madonna sul leccio.
– Cosa vuole da me? – domandai.
Voglio che veniate qui il 13 del mese prossimo, che continuiate
a recitare il rosario tutti i giorni in onore della Madonna del
Rosario, per ottenere la pace del mondo e la fine della guerra,
perché soltanto Lei vi potrà aiutare.

Vorrei chiederLe di dirci Chi è; di fare un miracolo perché
credano tutti che Lei ci appare.

Continuate a venir qui tutti i mesi. A ottobre dirò Chi sono,
quel che voglio e farò un miracolo che tutti potranno vedere per credere.
A questo punto feci alcune richieste, che non ricordo bene.
Quel che mi ricordo è che la Madonna disse che bisognava recitare il rosario per ottenere le grazie durante l’anno.
E continuò:
Sacrificatevi per i peccatori, e dite molte volte, specialmente
ogni volta che fate qualche sacrificio: 

O Gesù, è per amor Vostro, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria.
Dicendo queste ultime parole, aprì di nuovo le mani, come nei due mesi precedenti.
Sembrò che il riflesso penetrasse la terra e vedemmo come un mare di fuoco.
Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero brace trasparenti e nere, o bronzee, in forma umana, che fluttuavano nell’incendio, trasportate dalle fiamme che uscivano da loro stesse, insieme a nuvole di fumo che cadevano da ogni parte, uguali al cadere delle scintille nei grandi (incendi ), senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e disperazione che suscitavano orrore e facevano tremar di paura.
(Dev’esser stato dinanzi a questa visione che lasciai scappare quell’«ahi», che dicono di avermi sentito dire).
I demoni si distinguevano per le forme orribili e schifose di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni roventi.
foto scattata proprio il 13 luglio 1917.
Spaventati e come per chiedere aiuto, alzammo gli occhi alla Madonna, che ci disse con bontà e tristezza:
Avete visto l’lnferno, dove cadono le anime dei poveri peccatori.
Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. 

Se faranno quel che io vi dirò, molte anime si
salveranno e avranno pace.


 La guerra sta per finire. Ma, se non
smetteranno di offendere Dio, nel pontificato di Pio Xl, ne comincerà un’altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una
luce sconosciuta* ,  sappiate che è il grande segno che Dio vi dà, che punirà il mondo per i suoi delitti, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre.
Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato, e la Comunione riparatrice nei primi sabati  Se ascolteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace.   Se no, diffonderà i suoi errori nel mondo, suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte.  


Finalmente il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi  consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo  qualche tempo di pace 18.
 In Portogallo, si conserverà sempre il dogma della Fede; ecc...  Questo non ditelo a nessuno.  A Francesco,  sì, potete dirlo.


Quando reciterete il rosario, dopo ogni mistero dite: «O Gesù mio! Perdonateci, liberateci dal fuoco dell’inferno, portate in Cielo tutte le anime, specialmente quelle che ne hanno più bisogno».

Seguì un momento di silenzio, poi domandai:
Non vuol più niente da me?
No. Per oggi non voglio più niente da te.
E come al solito, cominciò ad alzarsi in direzione dell’oriente fino a sparire nell’immensa distanza del firmamento.

* Si tratta dell’aurora Boreale, nella notte del 25 gennaio 1938, che fu un fenomeno straordinario e che Lucia considerò sempre come il segno promesso dal Cielo.

8 giugno 2017

Il Sacro Cuore di Gesù



La devozione al Sacro Cuore di Gesù non proviene dall' Uomo, ma è una richiesta che viene direttamente dal Cielo. Alcuni sacerdoti da subito l'hanno raccomandata. Da ricordare S. Giovanni Eudes (che addiritura precede) il primo e più ardente apostolo del culto liturgico ai Sacri Cuori di Gesú e di Maria.
La Chiesa finalmente la ufficializza (quasi 2 secoli dopo, cioè dal 1856 con Pio IX) istituendo la festa del Sacro Cuore come richiesto da Gesù nel 1675.
Nel bel mezzo del rigore religioso dei giansenisti che presentavano un Dio lontano a da ingraziarsi,
il Cielo si rende presente nuovamente sulla Terra con un' apparizione importante di Gesù.  La più importante. Solo nel 1931 ve ne sarà una simile, quella a suora Faustina Kowalska per richiamare gli uomini per l'ultima volta alla Sua Misericordia.
Legata a doppiofilo, per le richieste e gli scopi, a questa del Sacro Cuore che a sua volta è connessa con la devozione al Cuore Immacolato di Maria, chiesta ai pastorelli di Fatima nel 1917.

  Quanti rimedi per l'umanità malata! Quante cure oltre il Vangelo!

Ma come si sviluppa questa devozione?
Perchè aiuta le anime ad avvicinarsi a Dio e a santificasri?

Compreso che l'ha voluta Gesù, ascoltiamo Pio XII, dall'encilcica Haurietis Aquas:
  • l’amore che spira dal Vangelo, dalle lettere degli Apostoli e dalle pagine dell’Apocalisse, dov’è descritto altresì l’amore del Cuore di Gesù Cristo, non comprende soltanto la carità divina, ma si estende ai sentimenti dell’affetto umano. Per chiunque fa professione di fede cattolica è questa una  verità inconcussa. [...] Pertanto il Cuore di Gesù Cristo, unito ipostaticamente alla Persona divina del Verbo, dovette indubbiamente palpitare d’amore e di ogni altro affetto sensibile;  
  •  C'è nel popolo cristiano chi ignora o non si cura di quel che l'amatissimo Gesù ha lamentato nelle sue apparizioni a Margherita Maria Alacoque e quel che ha indicato di aspettare e volere dagli uomini, in vista del loro stesso vantaggio.
  • Infatti, nel manifestarsi a Margherita Maria, Gesù, mentre proclamava l'immensità del suo amore, al tempo stesso, in atteggiamento di addolorato, si lamentò dei molti e gravi oltraggi che gli venivano recati dagli uomini ingrati, e pronunziò queste parole che dovrebbero rimanere sempre scolpite nelle anime pie e mai dimenticate: "Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e li ha ricolmati di ogni genere di benefici, e che in cambio del suo amore infinito non solo non ha avuto alcuna gratitudine, ma, al contrario, dimenticanza, indifferenza, oltraggi, e questi recati, a volte, anche da coloro che sono tenuti per dovere, a rispondere con uno speciale amore".
  • [...] Lo stesso Redentore nostro, infatti, ha promesso a Margherita Maria che "avrebbe colmato con l'abbondanza delle sue grazie celesti tutti coloro che avessero reso questo onore al suo Cuore". 

Dunque, questa devozione proviene direttamente dal Cielo per il tramite di S. Margherita Maria Alacoque, suora francese entrata in convento nel 1671 a 24 anni.
Riceverà apparizioni di Gesù tra il 1673 e il 1690.  La vita, le apparizioni e il suo rapporto mistico sponsale con Gesù sono ben documentate nella sua autobiografia qui.



Di seguito il resconto delle apparizioni centrali di Gesù, quelle della richiesta del culto al Suo Sacro Cuore.
Vorrei mettere in evidenza che le apparizioni avvengono mentre è in adorazione Eucaristica: 
Una volta, in particolare, mentre era esposto il Santo Sacramento, sentendomi tutta assorta nell'intimo del mio essere per un raccoglimento straordinario di tutti i miei sensi e di tutte le mie facoltà, Gesù Cristo, il mio dolce Maestro, si presentò a me tutto splendente di gloria con le sue cinque piaghe sfolgoranti come cinque soli.
Da ogni parte di quella sacra Umanità si sprigionavano fiamme, ma soprattutto dal suo adorabile petto, che somigliava a una fornace ardente. Dopo averlo scoperto, mi mostrò il suo amante e amabilissimo Cuore, sorgente viva di quelle fiamme.
Fu allora che mi svelò le meraviglie inesplicabili del suo puro Amore e fino a quale eccesso questo lo avesse spinto ad amare gli uomini, dai quali poi non riceveva in cambio che ingratitudini e indifferenza. «Questo, mi disse, mi fa soffrire più di tutto ciò che ho patito nella mia Passione, mentre se, in cambio, mi rendessero almeno un po' di amore, stimerei poco ciò che ho fatto per loro e vorrei, se fosse possibile, fare ancora di più. Invece non ho dagli uomini che freddezze e ripulse alle infinite premure che mi prendo per far loro del bene».


Una volta mentre ero davanti al SS.mo Sacramento, (era un giorno dell'ottava del «Corpus Domini») ricevetti dal mio Dio grazie straordinarie del suo Amore; mi sentii spinta dal desiderio di ricambiarlo e di rendergli amore per amore. Egli mi rivolse queste parole: «Tu non puoi mostrarmi amore più grande che facendo ciò che tante volte ti ho domandato».
Allora scoprendo il suo divin Cuore mi disse: «Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e che nulla ha risparmiato fino ad esaurirsi e a consumarsi per testimoniare loro il suo Amore.
In segno di riconoscenza, però, non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudini per le loro tante irriverenze, i loro sacrilegi e per le freddezze e i disprezzi che essi mi usano in questo Sacramento d'Amore. Ma ciò che più mi amareggia è che ci siano anche dei cuori a me consacrati che mi trattano così ». 

    «Per questo ti chiedo che il primo venerdì dopo l'ottava del "Corpus Domini", sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in quel giorno la santa comunione e facendo un'ammenda d'onore per riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari.
Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per effondere con abbondanza le ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e procureranno che gli sia reso da altri».

16 marzo 2017

Chi è l'autore del Quarto Vangelo?

tratto da ToscanaOggi

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura
Il Vangelo di Giovanni, ultimo fra i quattro Vangeli, ha sempre attratto l'attenzione dei suoi lettori come il Vangelo spirituale, il Vangelo teologico. 

La data della sua composizione (intorno agli anni '90, nella città di Efeso) e la stessa struttura ne fanno un elemento unico nel panorama del Nuovo Testamento.
 

Almeno fino a qualche generazione fa, esso era ritenuto pacificamente un Vangelo scritto da un testimone diretto, un discepolo, a differenza degli scritti di Marco e di Luca, che non erano stati discepoli di Gesù.
Le differenze con i Sinottici erano spiegate con l'intenzione dell'evangelista di completare le narrazioni di questi ultimi, omettendo quelle parti su cui essi si erano già dilungati.

Il suo autore presunto, «Giovanni, il figlio di Zebedeo», già secondo la tradizione della Chiesa antica (Papia di Gerapoli, Ireneo di Lione, ecc.) è stato ritenuto così vicino alla persona di Gesù da potersi fregiare del titolo di «prediletto» e così rendere una testimonianza unica sui gesti compiuti da Gesù.
È noto, infatti, che nel Quarto Vangelo spicca la figura misteriosa di un discepolo, definito il «discepolo prediletto». 

Nell'ultima cena questi siede accanto a Gesù, cui chiede il nome del traditore (13,23-25). Il «discepolo prediletto» è accanto alla madre di Gesù nell'ora della croce (19,26-27). Il «discepolo prediletto» corre con Simon Pietro al sepolcro (20,1-8) e partecipa alla pesca sul mare di Tiberiade, quando riconosce il Signore (21,6-7). 
Il «discepolo prediletto», infine, segue Gesù e Simon Pietro, quando riceve il mandato pastorale: di lui Gesù afferma a Pietro che egli rimarrà in vita fino alla sua venuta (21,20-23).

Per la verità, un altro «discepolo», anonimo, compare nella scena della vocazione dei discepoli di Giovanni (1,35-38.40). E, ancora, nel momento della passione, Simon Pietro segue Gesù con un «altro discepolo», di nuovo anonimo, che lo introduce  al sommo sacerdote (18,15-16), con il cui ambiente sembra avere dimestichezza. Ma non pare si tratti del «discepolo prediletto», da cui lo dividono non pochi dettagli. Per di più si afferma che questo «discepolo prediletto» ha «scritto» lo stesso Vangelo: «Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera» (21,24).

Non ci si è fermati a pensare al solo Giovanni di Zebedeo nello sforzo di dare un volto a questa misteriosa figura, di cui non c'è traccia nella tradizione evangelica extra-giovannea: alcuni hanno pensato ad altri personaggi del Nuovo Testamento: Lazzaro, o Giovanni Marco (ovvero Marco, autore del Vangelo omonimo), per esempio. Altri hanno sostenuto che il «discepolo prediletto» non sia una persona in carne ed ossa ma un simbolo ed un modello del discepolo perfetto. Si può tuttavia osservare come la stessa Madre di Gesù, senza essere chiamata per nome, è presente in alcune scene che si trovano solo in questo Vangelo (l'episodio di Cana e la scena della crocifissione: 2,3-12; 19,25-27), ma a nessuno verrebbe in mente di negarne l'esistenza reale.
 

Non tutti concordano con questa interpretazione, anche se suggestiva. Personalmente ritengo che la tradizione antica, che pensa al «discepolo prediletto» come Giovanni di Zebedeo, anche se non senza problemi, sia da considerarsi la più probabile. Questo non significa che le due figure del «discepolo prediletto» e dell'«evangelista» (= colui che materialmente ha scritto il Vangelo) coincidano.
Se, infatti, il Quarto Vangelo dice con chiarezza che il «prediletto» è «il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti» (21,24), è pur vero che nella «prima finale» del Vangelo (20,30-31) si parla dello scrivere in maniera più generica, come pure nella scena della crocifissione si accenna in maniera diversa alla stessa testimonianza: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (19,35).

Chi scrive il Vangelo ha un legame profondo con il «discepolo prediletto», senza essere stato un testimone oculare; è forse un suo discepolo, ed appartiene alla «comunità giovannea». Costui ha profondi legami con la geografia, anche minuta della Palestina, e delle istituzioni del giudaismo. All'interno della comunità giovannea egli vive tutto il travaglio del progressivo distacco dal mondo giudaico, mentre si va affinando la comprensione della figura di Gesù, accentuandone la dimensione divina.
Dobbiamo, in ultimo, pensare ad una composizione finale - o persino ad un diverso altro autore - che completa il Vangelo, senza alterare nulla, e vi aggiunge il capitolo 21, dopo la morte del «discepolo prediletto».

 Secondo altri studiosi, sarebbe stato proprio l'«evangelista» a far trovare un posto nel Quarto Vangelo al «discepolo prediletto», oscurando la figura di Giovanni di Zebedeo, per sostituirla con la figura misteriosa che si incontra nelle sue pagine. Se così fosse, la successiva identificazione tradizionale del «prediletto» con il figlio di Zebedeo avrebbe un'ulteriore giustificazione. Infatti, «con un'ironia degna del vangelo stesso» - come ha scritto uno studioso -, alla fine del II secolo Giovanni di Zebedeo avrebbe assunto di nuovo il ruolo dal quale era stato estromesso.


5 gennaio 2017

La stella, e i Magi

essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. (Mt 2,9)


Vi presento un articolo tratto dal sito cattolico Aleteia.

Ci sono 3 ipotesi sulla stella seguita dai Magi, e la più accreditata è quella di una particolare congiunzione astrale
I Magi erano esperti scrutatori dei cieli, e val la pena notare come in effetti ci fu una congiunzione straordinaria di Giove e Saturno nel 7 A.C. (Si sa come il calcolo degli anni si discosti dalla vera nascita di Cristo).
Su questo sito c'è la simulazione dei cieli e dei pianeti visti da Amman nel 7 A.C.:
http://www.astrionline.it/calendari/7aC.aspx 

Segnalo questo articolo sempre sulla tripla congiunzione Giove-Saturno del 7 A.C.:
http://giuseppedecesaris.blogspot.it/2011/12/la-congiunzione-giove-saturno-tripla.html
che sottolinea soprattutto questo fatto curioso:
  " i due pianeti rimasero per molti mesi a fare un armonico balletto nel cielo notturno: la loro distanza angolare infatti rimase inferiore a 3° dal 27 aprile del 7 AC fino al 14 gennaio del 6 AC, cioè per quasi 9 mesi. Una sorta di gravidanza celeste insomma, il contesto ideale per la nascita di qualcuno - come Gesù Cristo - riconosciuto contemporaneamente Figlio del cielo e Figlio d'uomo."

 Il Verbo, Il Re dei Re, Colui per mezzo del Quale esistono tutte le cose, ovviamente lancia nel cosmo dei segni.



La stella d'Oriente viene menzionata nel Vangelo di San Matteo.
Dei magi chiedono a Gerusalemme:
 “Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo” (Mt 2,2).

I due capitoli iniziali dei Vangeli di San Matteo e San Luca narrano alcune scene dell'infanzia di Gesù, per cui vengono chiamati “Vangeli dell'infanzia”.
La stella appare nel “Vangelo dell'infanzia” di San Matteo.
I Vangeli dell'infanzia hanno un carattere leggermente diverso dal resto del Vangelo.
Per questo sono pieni di evocazioni di testi dell'Antico Testamento che compiono gesti di enorme significato.
In questo senso, la loro storicità non si può esaminare nello stesso modo in cui si esamina quella del resto degli episodi evangelici.
All'interno dei Vangeli dell'infanzia ci sono differenze: quello di San Luca è il primo capitolo del Vangelo, ma in San Matteo è come un riassunto dei contenuti dell'intero testo.
Il passo dei Magi (Mt 2,1-12) mostra che dei gentili, che non appartengono al popolo di Israele, scoprono la rivelazione di Dio attraverso il loro studio e le loro conoscenze umane (le stelle), ma non arrivano alla pienezza della verità se non attraverso le Scritture di Israele.

Ai tempi della composizione del Vangelo, era relativamente normale il fatto di credere che la nascita di una persona importante o qualche evento rilevante fosse annunciato con un prodigio nel firmamento.

A questa credenza partecipavano il mondo pagano (cfr. Svetonio, Vita dei Cesari, Augusto, 94; Cicerone, De Divinatione 1,23,47; ecc.) e quello ebraico (Flavio Giuseppe, La Guerra Giudaica, 5,3,310-312; 6,3,289).
 Il libro dei Numeri (capp. 22-24) raccoglieva inoltre un oracolo in cui si diceva:
“Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Nm 24,17).
 Questo passo veniva interpretato come un oracolo di salvezza, sul Messia.
In queste condizioni, si offre il contesto adeguato per comprendere il segno della stella.

Cosa poteva essere la Stella?
L'esegesi moderna si è chiesta quale fenomeno naturale si sia potuto verificare nel firmamento per essere interpretato dagli uomini dell'epoca come qualcosa di straordinario. Le ipotesi avanzate sono principalmente tre:
  1.  Keplero (XVII secolo) ha parlato di una supernova; si tratta di una stella in cui ha luogo un'esplosione di modo che per alcune settimane ha più luce ed è individuabile dalla terra; 
     
  2.  una cometa, perché le comete seguono un percorso regolare ma ellittico, intorno al sole: nella parte più distante della loro orbita non sono individuabili dalla terra, ma se sono vicine si possono vedere per un certo periodo di tempo. Questa descrizione coincide anche con ciò che viene segnalato nel racconto di Matteo, ma l'apparizione delle comete note visibili dalla terra non si adatta alle date in cui sarebbe apparsa la stella;


  3. una congiunzione planetaria di Giove e Saturno.   Anche Keplero ha richiamato l'attenzione su questo fenomeno periodico, che se non sbagliamo i calcoli si sarebbe potuto verificare negli anni 6-7 prima della nostra era, ovvero quelli in cui secondo le ricerche è nato Gesù.